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Lavoro

Ripensare il lavoro

La rivoluzione demografica in atto, in particolare nel nostro paese, ci pone di fronte ad un bivio: o trasformiamo questo dato di fatto in una straordinaria occasione di ripensamento complessivo della nostra organizzazione sociale e produttiva, ponendo le premesse per riprendere a crescere in maniera intelligente middle-aged-executive-290x218e sostenibile, oppure siamo destinati ad aggravare una situazione di stallo, di declino, evidente a tutti.

C’è una responsabilità complessiva e ci sono responsabilità precise di individui, aziende e sistema-paese.

Le persone hanno la responsabilità di utilizzare bene il regalo ricevuto: vivere mediamente di più e meglio. Può significare tante cose: ad esempio, per i senior che ancora sono nel mondo del lavoro e in età lavorativa, prendersi cura del proprio aggiornamento professionale, non delegarlo ad altri, considerarlo una responsabilità primaria. Significa decidere, ad esempio a 55 anni e anche se si ha già un lavoro, un atteggiamento proattivo rispetto a dieci, quindici anni di vita professionale inaspettata, facendo scelte che tengano conto delle mutate prospettive personali e collettive e di uno scenario macro-economico profondamente diverso da quello di 10-20 anni fa. Utilizzando un termine anglo-sassone possiamo dire che dovranno occuparsi in prima persona, anche se risulterà faticoso, della propria “employability”, cioè di mantenersi interessanti, appetibili, per nuovi segmenti di attività professionale, all’interno e all’esterno delle organizzazioni aziendali.

Le aziende possono e debbono tenere conto della trasformazione in atto. E’ una necessità e, al tempo stesso, un’opportunità.

Possono ripensare al concetto di long life learning, continuare cioè ad investire sulle persone, a prescindere dall’età. Rivedere i programmi che riguardano i “talenti”, trasformando il paradigma per cui si è considerati tali solo fino ad una certa età.

Possono iniziare ad assumere nuovamente persone over 55 e, dove serve, studiare soluzioni organizzative adeguate a mettere in condizione di lavorare bene tutti.

Ma le aziende possono, e debbono, fare richieste: agli individui e al sistema paese.  Agli individui possono chiedere un atteggiamento nuovo verso il lavoro negli ultimi 5/10 anni di attività professionale. Un atteggiamento maggiormente proattivo e responsabile, aperto a prendere in considerazione nuovi paradigmi e nuove modalità di appartenenza, superando vecchi schemi.

Al sistema paese possono chiedere condizioni di sistema che rendano possibile, e conveniente, mantenere al lavoro i senior.

Il sistema paese può e deve fare la sua parte. Ad esempio può smetterla di pensare che mantenere occupato il “tesoro” over 55 tolga necessariamente occasioni di lavoro ai più giovani.

E considerare invece l’invecchiamento della popolazione, e quindi della forza lavoro, come il tema dei prossimi anni, insieme a quello della disoccupazione giovanile.

Rivedere, ad esempio, in maniera intelligente, graduale e sostenibile, quei meccanismi per cui la dinamica salariale degli scatti di anzianità rischia di mettere fuori mercato tante persone. Ed intervenire, in maniera diversa da quanto fatto fino ad ora, nelle situazioni di crisi. Responsabilizzando persone ed aziende affinché la ricerca di un nuovo lavoro sia di interesse per entrambi.

Alcuni passi in questo senso sembra che comincino ad esserci.

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