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Letti e visti

Non mi abbracciare

Elena Venditti, nata nel 1958, cresce in una famiglia comunista. Il padre è un noto giornalista parlamentare, la madre una dirigente della sezione Cassia del partito, lei e  e la sorella Mariella militano nella FGCI.

Elena Venditti, Non mi abbracciare, Wingsbert House, 2015

Elena Venditti, Non mi abbracciare, Wingsbert House, 2015

La vita familiare è fortemente caratterizzata dall’appartenenza al partito e dall’ingombrante presenza del padre, Renato Venditti, affabile e democratico in pubblico, un despota in casa, come in molte famiglie di allora. Per le figlie è difficile esprimersi: “Il pranzo della domenica è solo un’occasione come un’altra per tacere”.

Elena Venditti è cresciuta in un periodo in cui essere giovani si identificava con l’essere “contro” e per lei come per molti gli esiti sono stati drammatici.

Forse per curiosità, forse per ribellione, Elena inizia una relazione con Roberto Fiore, il capetto dei fascisti della scuola. E’ inammissibile in quegli anni e in quel contesto culturale e la reazione è immediata: la FGCI la caccia, il padre non le parla, la mamma soffre. E’ passata “dall’altra parte”.

Pochi mesi dopo Elena si innamora di Luigi Ciavardini, anche lui militante nella destra estrema. A soli diciassette anni, Ciavardini ha già iniziato un percorso sciagurato che lo porterà a macchiarsi di gravi reati nel movimento di estrema destra Terza Posizione.

Elena lo segue in una tragica sequenza di eventi che termina il 22 settembre 1980, quando la Digos irrompe all’alba in casa Venditti e la arresta, sotto gli occhi della sua famiglia. Si aprono per lei le porte del carcere dove rimarrà per quasi cinque anni.

Elena Venditti non è un personaggio di spicco nella storia degli anni di piombo, non ha mai sparato né partecipato in forma attiva a gravi azioni eversive. La sua militanza in Terza Posizione è per la gran parte frutto dell’amore disperato e senza futuro per Ciavardini, della ribellione alla famiglia, dell’incoscienza dei vent’anni.

La sua storia sarebbe probabilmente rimasta nell’ombra se nel 2006 non le fosse stata rifiutata l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti a causa dei suoi precedenti giudiziari. Il vice presidente dell’Ordine ottiene per lei il diritto all’oblio per quei fatti avvenuti – e pagati a caro prezzo – 30 anni prima, ma Elena si pone il problema di che senso abbia l’oblio:

“Chi ha un passato scomodo può fare solo due cose: fare finta di niente o parlarne. Se ha deciso di fare finta di niente vive nella paura che qualcuno lo scopra, che si sappia.

Ma con l’arrivo di internet e dei motori di ricerca, la privacy va a farsi benedire. Tutti possono sapere tutto di tutti. Non sempre è la verità, ma all’internauta affamato di notizie e un po’ pettegolo poco importa.  A questo punto, meglio raccontare le cose come sono andate davvero.”

Il dolore ha bisogno di tempo per essere elaborato e oggi la Venditti, affidandosi al potere liberatorio della scrittura, rivive gli eventi tragici di quegli anni, narrandoli in modo davvero avvincente.

Ma c’è anche un’altra ragione, più intima e dolorosa, per cui il libro vede la luce solo oggi. Il padre, morto lo scorso anno, da qualche tempo soffriva di demenza senile e non avrebbe potuto leggere il libro. Elena non avrebbe sopportato la durezza del suo giudizio.

A dispetto di quello che potrebbe sembrare, Non mi abbracciare non parla di politica, ma di amore: l’amore sciagurato verso Luigi Ciavardini, l’amore tra un padre e una figlia troppo lontani per amarsi come forse vorrebbero.

Il libro è una testimonianza drammatica degli anni di piombo, una autoanalisi profonda e coraggiosa di un vissuto personale, ma soprattutto è un invito alla riflessione sul rapporto tra genitori e figli, come molti della nostra generazione lo hanno vissuto. Un rapporto complesso, nel caso di Elena, dove la distanza affettiva con il padre è contrapposta alla figura della madre, affettuosa e accogliente, tanto che Elena porta nel cuore i sensi di colpa per non esserle stata accanto quando si è ammalata di cancro.

In una recente intervista, Elena afferma: “Non mi sono mai considerata una terrorista, io mi sono considerata una persona che aveva voglia gridare contro, contro soprattutto alla famiglia”.
E forse il senso profondo del libro è nella dedica: “A mio padre”.

Elena Venditti

Non mi abbracciare

Wingsbert House, 2015

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