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Differenze di genere

Invecchiare curando i genitori

Cosa sta cambiando per i figli maschi ?

I sessantenni costituiscono una risorsa centrale per i figli per quanto riguarda l’accudimento dei nipoti, contribuendo così, in modo determinante, alla possibilità delle giovani donne a rimanere nel mercato del lavoro anche dopo la nascita dei figli nonostante la scarsa diffusione di part-time e una ridotta 31324767 - elderly woman looking to the carer and her son, the visitor.disponibilità di servizi per l’infanzia – o almeno di servizi che coprano in modo sistematico le diverse necessità di cura.

Ma il ruolo dei sessantenni è altrettanto rilevante – e crescente – per quanto riguarda la cura dei grandi anziani di cui i sessantenni sono i figli.

Ai dati Istat sui tassi di sopravvivenza che evidenziano come a 90 anni siano ancora in vita oltre un terzo delle donne e circa un quinto degli uomini fanno riscontro quelli risultanti dall’importante indagine campionaria condotta dall’Istat nel 2009[1], che rilevano come il 34,8% dei 55-6enni abbia ancora in vita la madre, il 12,8% il padre. Madri e padri che, ovviamente, in non pochi casi hanno, anche in considerazione della loro età (mediamente attorno agli 83 anni le prime, a 85 i secondi) condizioni di salute e livelli di autonomia compromessi. Sempre i dati Multiscopo ci dicono, infatti, che questi genitori presentano forti limitazioni in circa un quarto dei casi, limitazioni meno gravi in circa la metà: solo un quarto circa di loro non necessita, insomma, di aiuti in quanto è del tutto autonomo.

Ma, in Italia, se è limitata la presenza di servizi per l’infanzia che rende necessario, per il lavoro femminile, il ricorso alla cura dei nonni, è limitata anche la presenza di servizi per le persone anziane non autosufficienti: il tasso di anziani ricoverati in strutture residenziali continua ad essere decisamente contenuto (inferiore al 2,5%), e altrettanto contenuto (inferiore al 3%) è il tasso di chi riceve assistenza domiciliare dai servizi sociali comunali.

Questo comporta che, per una parte consistente di grandi anziani, il sostegno per le normali attività quotidiane sia fornito o direttamente dai familiari, o da persone appositamente retribuite che, spesso, svolgono il loro lavoro vivendo nella stessa abitazione dell’anziano, ossia dalle ‘badanti’, presenti, non a caso, soprattutto nei paesi del Sud Europa che hanno visto una limitata diffusione di servizi assistenziali residenziali e/o domiciliari.

Di norma, fino a che la coppia anziana rimane tale, il lavoro di cura è svolto al suo interno, senza ricorrere all’aiuto dei figli, o, eventualmente, ricorrendo a supporti retribuiti, ma – man mano che si procede nelle classi di età più elevate e le persone rimangono sole – il lavoro di cura coinvolge i figli: sono quindi i 60enni, di cui i grandi anziani sono i genitori, ad assumere il ruolo di care-giver o in modo diretto, o, sempre più frequentemente, in termini di organizzazione e affiancamento del personale retribuito. E’, infatti, appena il caso di ricordare che se le badanti svolgono le attività normalmente richieste dalla vita quotidiana, il ricorrere ad esse richiede, comunque, da parte dei familiari, un impegno non irrilevante, vuoi in termini di organizzazione e controllo di tali attività, vuoi in termini di sostituzione rispetto ai loro turni di riposo, o nelle vacanze.

In ogni caso, tutte le ricerche condotte sui modelli di cura degli anziani non autosufficienti hanno evidenziato come, fino ad ora, la titolarità di tale cura sia stata sostanzialmente femminile: da un lato, la maggiore longevità femminile, intrecciata alla minore età della donna all’interno della coppia, ha comportato che gli uomini anziani vivano più frequentemente in coppia e quindi possano contare sulla cura della moglie, anche sulla base dei tradizionali assetti di genere, mentre questo è assai meno probabile quando a necessitare di assistenza è la donna; dall’altro sono soprattutto le figlie ad occuparsi dei genitori rimasti soli (di norma, delle madri proprio per la loro maggior speranza media di vita).

Se, fino ad ora, i figli maschi sono stati, quindi, tendenzialmente poco coinvolti nel lavoro di cura, qualcosa, però, sta cambiando.

A seguito della riduzione della natalità e, in particolare, della contrazione di fratrie molto numerose verificatesi già a partire dalla seconda metà degli anni ’50, quando gli attuali sessantenni sono nati, si assiste ad un incremento, tra le età mature, di figli unici e, ancor più, di quanti hanno al massimo due fratelli / sorelle. Sempre i dati Multiscopo Istat ci dicono che, tra i 55-64 enni, a non averne avuto alcuno sono il 12,5%[2]; ad averne uno il 22,9%, ad averne due il 43%; solo poco più del 20% ne ha, quindi tre o più.

Ma questa riduzione del numero di fratelli e sorelle, aumenta la probabilità che essi siano tutti dello stesso sesso: come mostrano anche i dati Istat, tale situazione riguarda, tra i 55-64enni, sia la metà circa di chi ha un solo fratello / sorella, sia un quarto, circa, di chi ne ha due; ovviamente, l’avere solo fratelli o sorelle dello stesso sesso si verifica anche in caso di fratrie più numerose, ma, altrettanto ovviamente, in misura decisamente minore. Vale a dire che, attualmente, in questa classe di età, poco più di un terzo degli uomini appartiene a fratrie solo maschili: al 12% di figli unici occorre infatti aggiungere l’11% di chi ha solo un fratello e un altro 10% di chi ne ha due.

Tale assetto riguarda, certo, anche le donne di questa classe di età: specularmente ai loro coetanei, circa un terzo di loro ‘non’ ha fratelli maschi ma è o figlia unica o ha solo sorelle; tuttavia qui interessa focalizzare l’attenzione sui maschi, dato che si può ritenere che il mutamento in atto abbia ripercussioni più importanti per loro, in quanto comporta uno specifico aumento della probabilità che essi si trovino a svolgere, per un periodo più o meno lungo, il ruolo di principale care-giver dei genitori anziani.

Certo, come si è scritto sopra, non necessariamente essi saranno impegnati nelle concrete attività di cura, ma dovranno comunque farsi carico della gestione della cura e dell’affiancamento a chi svolge le incombenze concrete in misura ben maggiore rispetto ai decenni precedenti quando una minore speranza di vita media si intrecciava con fratrie numerose nelle quali era improbabile ‘non’ vi fosse alcuna sorella.

Quello che qui interessa rimarcare sono gli effetti che il mutamento in atto tenderà a comportare sia sui modelli di cura, sia sulle identità delle persone coinvolte.

Per quanto riguarda i modelli di presa in carico degli anziani non autosufficienti, si può accennare al fatto che, già attualmente, rileviamo (sempre in base ai succitati dati Istat) che in caso di figli unici aumenta il ricorso a badanti e a ricoveri degli anziani in strutture residenziali e che tale ricorso si accentua nei casi in cui l’unico figlio sia un uomo.

Per quanto riguarda invece le identità dei soggetti, quello che qui preme rimarcare è che le attuali differenze tra uomini e donne nei ruoli di ‘cura’ degli anziani sembrano destinate ad attenuarsi, in modo, in qualche misura analogo e speculare, a quello che in altri interventi si è evidenziato rispetto alla cura dei nipoti: vale a dire che, come si sta prefigurando un crescente coinvolgimento maschile nelle attività di cura dei nipoti, anche se spesso solo come ‘spalla’ delle nonne, si sta prefigurando anche un incremento dell’impegno maschile nella cura degli anziani genitori.

Considerando che tale impegno tenderà a verificarsi ad un’età nelle quali sempre più spesso le persone saranno ancora impegnate nell’attività professionale, ciò comporterà che anche gli uomini dovranno confrontarsi con quei problemi di conciliazione tra ruoli lavorativi e ruoli familiari che, finora, hanno riguardato quasi esclusivamente le donne.

[1] L’indagine, svolta nel 2009, ha riguardato complessivamente 43.850 soggetti, di cui 5.707 nella classe di età 55-64 anni.

[2] Cui, in realtà si può aggiungere il 3% costituito da chi non ha più nessun fratello o sorella in vita ed è quindi assimilabile ai figli ‘unici’.

 

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