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Benessere ed età: il futuro che c’è

Ci sono poche cose che uniscono tutti gli esseri umani. Tra queste, lo scorrere del tempo e la ricerca della felicità.

La felicità ha diverse implicazioni morali e materiali. Chi è felice ha più successo nella vita, si ammala di meno, vive meglio e di più. Quello che talora sfugge è che happy-bisla felicità non è una chimera, ma uno stato che può e deve essere perseguito. In concreto, la felicità può derivare da tre fonti: la prima è oggettiva, e consiste nella possibilità di potere stare bene. Le misure del benessere sono varie, e dipendono dal sistema valoriale al quale fanno riferimento. In Italia, il benessere è misurato da BES – Istat, che evidenzia come lo stare bene richieda salute, istruzione e formazione, lavoro e conciliazione dei tempi di vita, benessere economico, relazioni sociali, benessere soggettivo, un buon contesto politico e istituzionale, sicurezza, paesaggio e patrimonio culturale, ambiente, ricerca e innovazione, qualità dei servizi. I primi sei indicatori sono direttamente collegati ai propri percorsi di vita individuali e familiari.

La seconda fonte della felicità risiede in un equilibrato rapporto con gli altri, che deriva dai rapporti di dono e scambio equo con i propri simili. Può essere felice chi esce da se stesso ed ha un’ampia varietà di interessi individuali, che orienta positivamente verso l’esterno. La felicità è, in questo senso, essere tra le gente, donare, immettere nel sistema ingegno ed emozioni volte alla crescita del capitale umano collettivo.

La terza dimensione dell’essere felici ha invece a che fare con il tempo, e in specifico con quella che Arjun Appadurai chiama la capacità di aspirare. Qui, essere felici è connesso con la progettualità, con il darsi degli obiettivi anche ambiziosi ma raggiungibili, nella speranza concreta di poterli realizzare.

Il rapporto tra età, ricchezza, ciclo di vita e felicità è ricco di sorprese. Intuitivamente, potremmo pensare che si è felici quando si è giovani, ma non sempre la giovane età si coniuga con un senso di speranza per il proprio avvenire. Analogamente, felicità e ricchezza si muovono come una U rovesciata, come ben descritto dal paradosso di Easterlin, che mostra che ricchezza e felicità procedono di pari passo fino a un certo punto e che, oltre tale confine, a maggiore ricchezza corrisponde minore felicità.

Quel che però sorprende davvero è il rapporto tra età e felicità. Le analisi condotte sul tema, principalmente svolte in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, evidenziano infatti che c’e un’età critica, quella in cui la soddisfazione per la propria vita raggiunge i livelli minimi, che si situa intorno ai 50-55 anni in Europa (ben prima in Asia) e oltre la quale il benessere e la felicità tornano a crescere.

Cosa accade? Quali sono i fattori scatenanti? Alcune situazioni sono specifiche: così, ad esempio, per un 40enne che vive in un Paese in forte crescita economica, la fase critica è quella dei 35-40 anni, età nella quale si sale o non si sale a bordo dell’innovazione e della crescita economica. Da noi, la fascia di età con più ansia e meno soddisfazione di se stessi inizia dopo i 50 anni, a causa di diverse sincronie: si è percepiti come obsoleti nel mondo del lavoro, i figli (per chi li ha) affrontano la delicata fase dell’avvio della carriera, i genitori (per chi ancora li ha) sono molto anziani ed a continuo rischio di salute, se non di autosufficienza, ed i rapporti affettivi possono aver preso una piega ben diversa dall’ “e vissero per sempre felici e contenti” delle fiabe.

Superata questa fase di transizione, la felicità ritorna a correre, e l’ansia a diminuire. Conoscere le fasi di transizione della propria vita aiuta a fare pace con se stessi, sapendo che l’antidoto alle ansie temporanee è meno complesso di quanto non si pensi: mettere in ordine i conti del proprio benessere sanitario ed economico, tenere sempre attive le reti di relazione e reinstallare il futuro, ricominciare a immaginare ed aggiornare gli orizzonti dei sogni, dei desideri e dei progetti.

Il tema affrontato in quest’articolo ha preso spunto ed è stato sviluppato nel libro di Alessandro Rosina e Sergio Sorgi “Il futuro che (non) c’è”, Università Bocconi Editore, 2016.

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