immagine-senior-header
silver-value
2017-09-12-generazioni-a-confronto—banner-header_2
Le Vostre Storie

Ricordo di una donna speciale

La storia di: Lidia

raccontata da Silvia Ghidinelli.  Voglio ricordare, nel giorno della memoria, una donna, figura importante della deportazione femminile italiana. Si tratta di Lidia Beccaria Rolfi, staffetta italiana nella Resistenza, catturata dai Tedeschi nell’aprile del 1944 a Torrette di Casteldelfino, in val Varaita, in provincia di Cuneo, dove era insegnante e deportata a Ravensbruck, nel giugno 1944. Era un fiore campo concentramentoCampo di sterminio femminile nazista, nel nord della Germania, vicino a Lubecca, dove rimase un anno e sopravvisse liberata dagli Alleati, alla fine della guerra, nel maggio del 1945.
Ho avuto la fortuna e il privilegio di esserle amica dal finire degli anni ’70 fino alla sua morte nel gennaio del 1996. Lidia aveva 19 anni più di me: avevamo ricostruito che io nascevo a Brescia nel giugno del 1944 quando lei vi passò sul carro bestiame piombato diretto a Ravensbruck…. Ma la differenza d’età era un incentivo in più, una preziosità nella nostra amicizia.
Quando l’ho conosciuta aveva già pubblicato per Einaudi, con Anna Maria Bruzzone, “Le donne di Ravensbruck”, era una donna sicura, decisa, anticonformista, impegnata politicamente e consapevole della sua condizione di ex deportata politica. Era attivissima nella Federazione Europea dei Deportati della quale fu anche Presidente, e aveva fatto della sua esperienza in Campo un vessillo da narrare e condividere con le giovani generazioni. Lidia venne più volte nelle classi dove insegnavo a Genola, andava nelle Scuole, accompagnò diverse scolaresche a Ravensbruck e attraverso questo prezioso dialogo insegnò la Storia e condivise con i giovani il messaggio del RISPETTO dell’Uomo, affinchè non si ripetessero gli errori del passato.

Silvia e Lidia

Silvia e Lidia

Era facile trovare Lidia nel suo negozio di borse a Mondovì, due chiacchiere sui fatti politici del giorno, ma il discorso era anche leggero: si parlava di borse, di colori, di moda, di arte, di libri…. Spesso si cenava da lei col marito Aldo. La sua casa era un porto dove si stava insieme, si discuteva di attualità, di vita, di politica… e alla fine Lidia preparava da mangiare con ingredienti semplici e i sapori dell’orto, continuando a conversare, con leggerezza, mentre noi ospiti apparecchiavamo la tavola. Davanti a un piatto semplice si è se stessi senza sovrastrutture, disposti al dialogo, questo interessava a Lidia: l’umanità di ciascuno. La sua esperienza nel campo di concentramento rimaneva sullo sfondo, mentre la conversazione, sempre ricca di pensieri, toccava la ricchezza della vita: i toni alti ma anche l’abisso del male.
Lidia aveva sempre nella sua cambusa vasi di verdure, vasetti di sughi, di frutta, che amava preparare personalmente e conservare. Amava dire che se non aveva niente in casa avrebbe potuto dare da mangiare almeno a 20 persone… Ovvio pensare che fosse un retaggio delle privazioni subite in Campo.
Le fui vicina durante la stesura del suo secondo libro “L’esile filo della memoria” centrato sul difficile ritorno, e non parlo solo dei 4 mesi degli internati in giro per l’Europa ospiti dei Russi, degli Americani, degli Inglesi , abbandonati dalle Autorità italiane allo sbando, ma parlo anche del difficile reinserimento nella vita normale, del poter raccontare di sé e della propria esperienza che per molto tempo le fu precluso. Infatti subito dopo la guerra ci fu quasi un rifiuto da parte di tutti a sentire i racconti degli orrori subiti dai deportati i quali sentirono, per lungo tempo, di dover tacere. Voglio ricordare qui la lettura di getto del prezioso dattiloscritto, che Lidia mi aveva consegnato, in una notte dell’estate precedente, le sue sottolineature, la ricerca insieme del lessico… Ad es. ricordo che parlare di puzza del Campo era troppo poco…quella puzza che Lidia stessa narra di volersi togliere di dosso sfregandosi la pelle con petali di rose, nei primi tempi dopo la Liberazione. Sì, puzza era troppo poco, non bastava, ci voleva un termine più forte: e insieme abbiamo trovato “fetore” che è la connotazione del misto di sudore, urina, cavoli, feci, latrine sporche, corpi non lavati da mesi. ”Non l’ho più sentito, per fortuna, quel FETORE” diceva Lidia….
Il libro fu pubblicato da Einaudi col titolo “ L’esile filo della memoria”. Era nelle librerie pochi giorni prima della morte di Lidia ed era dedicato al marito Aldo, che voglio qui ricordare studioso appassionato della 2^ guerra mondiale, al figlio Aldo e al nipote Giorgio, nato da poco. Un bel romanzo autobiografico che, secondo me, e non solo, annovera Lidia tra gli scrittori: è un affresco del suo ritorno, come dicevamo, ma anche di una Provincia chiusa e inamovibile, nel primo Dopoguerra.
Voglio qui ricordare che il brano sulla LUNA, in cui Lidia, nel campo degli Inglesi, ritrova un contatto con se stessa e con i suoi familiari, attraverso, appunto la luna, fu da me letto e riletto, con emozione, come un rosario, e condiviso con gli amici in visita, davanti alla sua bara, dove Lidia era composta, nella sua giacca rossa…
All’amica Lidia Rolfi sono intitolate 3 scuole Primarie nella provincia di Cuneo e un giardino a Fossano. Per me è stato un onore, un privilegio e fonte di ricchezza interiore per la mia vita esserle stata amica.

Silvia Ghidinelli, 27 gennaio 2017

Commenta