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Senior nel mondo

Senior in Sudafrica che lottano contro l’AIDS

Hope e Precious, due donne di origine Zulu nate nel Sudafrica meridionale nella provincia di KwaZulu-Natal, entrambe sessantacinquenni, si affacciano ad una nuova fase della loro vita unite da un progetto comune. Hope si è trasferita a Johannesburg molto giovane e ha svolto varie occupazioni precarie fino al 1994. Quell’anno è stata assunta come addetta all’Amministrazione in un’azienda privata, usufruendo delle opportunità Foto Sudafricalavorative che la fine dell’Apartheid ha garantito per legge alla popolazione di etnia nera. Col tempo è riuscita a costruirsi una pensione, seppur minima, e continua a lavorare come inserviente part-time in un piccolo albergo. Precious invece non ha mai lasciato la sua comunità: è vedova, ha perso alcuni dei suoi figli in situazioni violente e cerca di sopravvivere con la pensione sociale dello Stato.

Hope e Precious sono volontarie presso un’organizzazione umanitaria che si occupa di divulgare la prevenzione di HIV/ AIDS tra le comunità dello KwaZulu-Natal, una delle provincie più colpite del Sudafrica. Il progetto ha come obiettivo quello di raggiungere la popolazione più senior e far loro conoscere alcune modalità di prevenzione e cura del morbo letale: si stima che tra il 40 – 60% dei bambini orfani per l’Aids in Africa sono curati e allevati dalle persone anziane sopravvissute.

Il Sudafrica è una società multietnica di circa 55 milioni di abitanti: il censimento del 2011 ha stabilito, dopo un dibattuto “esercizio di classificazione” della popolazione, che la stragrande maggioranza è di etnia Nera Africana (ca. 80% ) e gli altri gruppi sono minoritari: Bianchi (ca. 9%), Meticci (ca. 9 %) e altre etnie (ca. 2%).   Esistono 11 lingue ufficiali, molte delle quali hanno visto riconosciuta una crescente importanza solo dopo la fine dell’Apartheid. Il Sudafrica è un paese giovane dove quasi la metà della popolazione ha meno di 24 anni. Gli over 55 rappresentano solo l’11 %, ma, secondo le analisi più recenti di Stats SA (Statistics South Africa – 2014), sono in leggero aumento gli over 60 (dal 7,1% al 8% in 15 anni).

Va detto però che gli over 60 non sono ripartiti in modo omogeneo: sono il 20% nell’etnia Bianca e nell’etnia Nera Africana sono solo il 6%. Le differenze tra i due gruppi si manifestano a diversi livelli: economico, educativo e di reale accesso ai sistemi pensionistici, anche come eredità delle regole differenti in vigore durante l’Apartheid. La gestione degli over 60 di diverse etnie in Sudafrica rappresenta una delle tante sfide che questo Paese sta affrontando.

Gli analisti sostengono che in Sudafrica convivono al momento condizioni economiche e sociali peculiari e molto contrastanti. Ad esempio l’aspettativa di vita. Dato basso se confrontato con la media mondiale, ma più alto del resto del continente africano: nel 2014 il Sudafrica aveva un’aspettativa di vita di 60 anni circa, con proiezioni di 63,2 anni nel 2050. Una teoria spiega questa crescita più modesta sulla base di due elementi: uno è l’alta mortalità tra i giovani dovuta all’HIV/AIDS; l’altro è costituito dalle differenze macroeconomiche e strutturali determinate nel tessuto sociale dalle passate disparità tra le etnie e che, ad esempio, determinavano nel 1997 un’aspettativa di vita per le donne bianche di 77 anni ma di soli 55 anni per le donne Nere come riportato dallo studio Ageing Trends del 1997.

Più specificamente per il sistema pensionistico, in Sudafrica non esiste un’età fissa e indicata dalla legge per andare in pensione; ogni impresa e ciascun lavoratore deve definire l’età per ritirarsi dalla vita economicamente attiva. La pratica però indica che le persone smettono in genere di lavorare tra i 60- 65 anni, in base a regole più o meno standard dei diversi contratti di lavoro. La solidità del sistema pensionistico risente molto dalla struttura economica del paese. Ci sono piani pensionistici gestiti direttamente dalle aziende con diverse modalità di contribuzione e i primi risalgono al 1956. Tra questi le diverse versioni del Provident Fund, una sorta di fondo di risparmio costituito da datore di lavoro ed impiegato. Oltre a questi fondi esistono altre fonti di reddito quali le rendite derivanti da polizze private e ovviamente i risparmi personali. In un contesto come quello sudafricano dove la disoccupazione è al 25% e vi è un’alta percentuale di economia “sommersa” (circa il 30% secondo l’International Labour Organization), vi sono precise indicazioni che ampi settori della popolazione non stiano creando alcun tipo di fondo pensionistico continuativo. Alcuni analisti di sistemi pensionistici secondo indagini del 2010 ( come Sanlam, un’azienda presente anche nel ramo delle assicurazioni) hanno segnalato che il 64% delle persone in età pensionabile intervistate non avrebbero potuto mantenere il loro tenore di vita una volta in pensione e che il 30% di queste avrebbe dovuto per forza continuare a lavorare. La revisione del sistema pensionistico è una priorità nazionale e ci sono allo studio diverse alternative.

Un importante elemento di assistenza è la “pensione di vecchiaia”, una pensione sociale alla quale uomini e donne accedono a 60 anni, dopo l’accertamento della loro effettiva necessità di ricevere questo aiuto. La pensione sociale, creata nel 1928 principalmente per garantire un reddito minimo mensile alla popolazione bianca, è stata dopo il 1994 estesa a tutta la popolazione e oggi, secondo il Pension Funds Online, un sito di informazione sulle coperture pensionistiche nel mondo, il 75% della popolazione anziana in Sudafrica ha solo questa pensione sociale come fonte principale di reddito.

Va sottolineato inoltre che la pensione sociale di vecchiaia in Sudafrica , soprattutto nelle zone rurali, non solo aiuta i senior ma spesso rappresenta l’unico sostentamento per tutta la famiglia. In molte culture africane ci si aspetta che i senior debbano essere in qualche modo accuditi dalle persone più giovani in una situazione di comunità e di scambio di cure. Oggi questo paradigma sta cambiando e i senior in Sudafrica stanno diventando, loro malgrado, il punto di riferimento delle famiglie non solo dal punto di vista economico, ma anche di sostegno: i più giovani migrano per lavoro e non possono accudirli oppure questi stessi giovani sono malati di AIDS e devono essere curati.

Ci sono diverse associazioni non profit che cercano di alleviare le difficoltà delle popolazioni. Questo è il caso di MUSA (Muthande Society for the Aged) un’organizzazione comunitaria che cerca di intervenire a favore degli anziani colpiti da povertà e/o abusi. Uno dei progetti importanti di MUSA insieme a HelpAge è la campagna di sensibilizzazione destinata agli anziani per insegnare a gestire le conseguenze dell’AIDS in famiglia. Gli anziani, che in passato erano normalmente fuori dal target nelle campagne di informazione, in questo nuovo contesto hanno assunto un ruolo primario nella cura della popolazione e nella promozione di stili di vita adeguati, l’uso di profilassi e delle raccomandazioni sanitarie.

Hope e Precious si sono conosciute in uno dei progetti organizzati per assistere gli anziani nelle zone rurali nella lotta contro l’AIDS. Hanno vissuto gli ultimi 25 anni di storia del paese dopo l’Apartheid da diversi posizioni e in località differenti. Si ritrovano a 65 anni ad essere addestrate per poter istruire altre loro coetanee nella lotta all’AIDS, una guerra il cui esito potrà condizionare il futuro del Paese. Essere senior nel Sudafrica Nero significa a volte anche essere al centro di un sistema sanitario che vuole fare la differenza nelle comunità più isolate e dare attraverso gli anziani la speranza alle generazioni future.

Nota: Le esperienze contenute nel testo corrispondono a episodi vissuti o testimonianze all’autore e sono rielaborate per una migliore comprensione dei temi. Ogni eventuale somiglianza a persone o situazioni reali è da considerarsi una coincidenza.

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