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Previdenza e condizioni economiche

La fine del lavoro e le novità pensionistiche

Il 2016 si è concluso con alcuni provvedimenti riguardanti la possibilità di smettere di lavorare in anticipo rispetto alle scadenze pensionistiche. Questo, lo ricordiamo, non sarebbe un problema se ciascuno andasse in pensione adoperando i propri contributi versati ma siccome i contributi viaggiano per coppia fa conticompetenza (calcolo) e non per cassa (i contributi previdenziali vanno immediatamente ai pensionati per il famoso patto generazionale post bellico), andare in pensione prima significa chiedere alla collettività i soldi per farlo.

E soldi, inutile dirlo, non ce ne sono. Da qui parte la difficile quadratura del cerchio: come consentire alle imprese di tenere a libro paga lavoratori erroneamente sottovalutati nel valore e come consentire ai lavoratori di poter andare in pensione ad età decenti e con modalità anche economiche dignitose.

Vediamo brevemente alcune delle iniziative che vedranno la luce nel 2017 in tema di flessibilità:

  1. L’APE, Anticipo Pensionistico, si rivolge a tutti i lavoratori del mondo INPS: dipendenti, autonomi e iscritti alla gestione separata. E’ un meccanismo che consente di andare in pensione prima (fino a 3 anni e 7 mesi), grazie ad un prestito che verrà restituito nell’arco di 20 anni attraverso un prelievo dalla pensione. La sperimentazione sarà attiva tra il 1° maggio 2017 ed il 31 dicembre 2018, e riguarda solo coloro che compiranno almeno 63 anni all’interno di questo periodo. Una volta soddisfatti i requisiti di base, per tutti il meccanismo è lo stesso: nel momento in cui si chiede di anticipare la pensione (ad esempio a 63 anni), si riceve una pensione pari ad una percentuale di quella che si sarebbe ricevuta con il normale requisito (ad esempio a 66 anni e 7 mesi); per 3 anni e 7 mesi si riceve dall’INPS tale pensione, coperte da un prestito erogato dalle banche. Giunti a 66 anni e 7 mesi, si inizia a percepire dall’INPS la normale pensione, diminuita però per venti anni della restituzione della “quota capitale” del prestito, degli interessi da riconoscere alla banca e infine della polizza assicurativa che protegge la banca nel caso di premorienza del pensionato. Dagli 86 anni e 7 mesi in poi la pensione ritorna piena, essendosi esauriti gli effetti del prestito.

Le forme previste sono tre: il cosiddetto “APE social”, che riguarda lavoratori in particolari condizioni, quali disoccupazione, disabilità, familiari con disabilità, svolgimento di attività gravose negli ultimi 6 anni, ecc. Per usufruirne è necessario avere un minimo di 30 anni di contributi (36 nel caso pensioni-donne-744x445di attività gravose) e l’assegno pensionistico non può essere superiore a 1.500€ lordi. In questi casi, gli oneri saranno a carico della collettività; vi sono poi “APE di mercato” e “APE aziendale”: strumenti per i lavoratori con almeno 20 anni di contribuzione ed una pensione mensile non inferiore a 700€. Per l’APE di mercato il 50% degli oneri saranno a carico del lavoratore, mentre nel secondo caso, in funzione degli accordi volontari con il datore di lavoro, potranno essere condivisi.

  1. La RITA, Rendita Integrativa Temporanea Anticipata, invece si rivolge a coloro che hanno una forma di previdenza integrativa e consente di avere un anticipo di quanto è stato maturato nel proprio fondo pensione. L’idea è quella di rendere “smontabile” un pezzo della propria pensione integrativa vitalizia futura per finanziare gli anni dell’anticipo; il meccanismo consiste nel togliere risorse dal domani (vitalizie) per renderle immediatamente disponibili nell’oggi.
  2. Ai lavoratori precoci sarà data la possibilità di anticipare la pensione, grazie ad uno specifico requisito di 41 anni di contribuzione, più conveniente rispetto al normale requisito di pensione anticipata per lavoratrici e lavoratori. Tale agevolazione è valida solo per chi ha lavorato almeno per 12 mesi prima di aver compiuto i 19 anni e – soprattutto – vale solo per chi è disoccupato, svolge un’attività gravosa, è disabile o ha familiari disabili. Il tutto entro il limite delle risorse stanziate, quindi non sarà per tutti. Una novità per tutti i lavoratori precoci invece è la definitiva cancellazione delle penalizzazioni previste dalla riforma Monti-Fornero per chi andava in pensione con un’età inferiore a 62 anni.
  3. Per i lavori usuranti invece, è stata eliminata la cosiddetta finestra che di fatto obbligava dipendenti ed autonomi ad attendere tra i 12 ed i 18 mesi dopo la maturazione dei requisiti. Requisito per entrare nella categoria è quello di aver svolto attività usuranti per il 50% della propria vita lavorativa o per 7 degli ultimi 10 anni. La platea è stata aggiornata, e adesso sono considerati usuranti, ad esempio, i lavori svolti da operai dell’edilizia, scavatori, maestre della scuola dell’infanzia ed infermieri di sala operatoria.
  4. Il nuovo cumulo gratuito è invece rivolto a tutti coloro che hanno una carriera divisa in varie attività e casse professionali e consente di valorizzare la propria carriera nella sua complessità. Va ad affiancarsi agli esistenti istituti della ricongiunzione, sempre onerosa, e della totalizzazione, che obbliga al calcolo della pensione con il sistema contributivo e regole proprie. Si applica anche ai professionisti (medici, avvocati, etc) e sono stati rimossi alcuni vincoli al fine di renderne più ampia l’applicazione. In sintesi, si va verso l’idea che a prescindere da dove si siano versati i contributi, tutto venga comunque valorizzato nelle sue varie parti.

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