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Salute

La salute della prostata

E’ uno dei terreni su cui maggiormente si scatenano le paure degli uomini senior e la lettura dell’esito del PSA porta sempre con sé una suspense indesiderata. Meglio allora essere ben informati !

medico-e-paziente-300x189Informarvi è l’intento di questo articolo dei nostri esperti, in cui vengono descritti possibili disturbi, patologie, diagnosi e rimedi legati alla prostata.

L’ipertrofia prostatica benigna (IPB) è una patologia comune nella popolazione maschile, dovuta alla proliferazione del tessuto che costituisce la prostata, con conseguente aumento di volume della stessa.

La prostata è una ghiandola appartenente all’apparato genitale maschile, le cui dimensioni aumentano fisiologicamente con l’avanzare dell’età per effetto ormonale; in particolare lo stimolo continuativo del diidrotestosterone (DHT, un derivato del testosterone) è considerato il principale fattore responsabile. Più del 50% degli uomini che hanno compiuto i 60 anni soffre di IPB, mentre tale percentuale raggiunge il 90% sopra i 70.

La porzione della prostata che aumenta di dimensioni viene definita “adenoma”. L’adenoma tende a formarsi proprio nella zona centrale della prostata, a stretto contatto con l’uretra (organo che come un sottile tubicino è deputato a trasportare l’urina dalla vescica all’esterno dell’organismo); quando la dimensione della prostata aumenta in modo rilevante, l’uretra ne può risultare compressa così da creare un ostacolo meccanico più o meno completo al deflusso dell’urina. Non c’è quindi da stupirsi che l’IPB si manifesti con disturbi urinari: ematuria (cioè perdita di sangue rosso vivo con le urine), incontinenza urinaria (tendenza al gocciolamento di urina al termine della minzione), pollachiuria (avvertire frequentemente lo stimolo ad urinare, in particolare di notte) e perdita di potenza del getto urinario sono di frequente riscontro. Inoltre, spesso, il soggetto colpito da IPB avverte una sensazione d’incompleto svuotamento della vescica dopo la minzione. Il sintomo più grave e di maggior impatto emotivo è tuttavia rappresentato dalla ritenzione acuta d’urina, ovvero la totale impossibilità ad urinare dovuto alla completa ostruzione del tramite vescica-uretra da parte della prostata ingrossata. Quest’ultima evenienza è un’urgenza medica che deve essere valutata e trattata tempestivamente con l’introduzione di un catetere in vescica per permettere all’urina di defluire.

Quando si presentano questi disturbi cosa fare? Innanzitutto è bene riconoscerli e parlarne con il proprio medico di base, con chiarezza e senza imbarazzo. Il medico interverrà rapidamente, se necessario inviando il paziente a visita specialistica urologica. La diagnosi di IPB è basata essenzialmente sulla raccolta dei sintomi elencati dal paziente e sull’esame obiettivo. I sintomi urinari sono valutati in maniera oggettiva tramite la somministrazione di specifici questionari. Dopo la raccolta dei sintomi, si procederà all’esplorazione digito-rettale (EDR): il medico introduce il proprio dito indice, coperto da un guanto lubrificato, nella cavità anale del paziente e palpa direttamente la prostata nel retto, valutandone le caratteristiche (volume, superficie, forma, consistenza). L’EDR aiuterà a riconoscere una prostata sana da un’IPB e da una neoplasia prostatica: infatti la prostata sana ha una consistenza tipicamente molle mentre la neoplasia prostatica maligna è generalmente dura, di consistenza lignea e l’ingrossamento è spesso asimmetrico. Un altro strumento diagnostico fondamentale è l’ecografia transrettale: l’urologo introduce nel retto del paziente una sonda cilindrica per visualizzare la prostata e gli organi circostanti, ne misura le dimensioni e la forma e coglie eventuali anomalie. Se necessario, potrà effettuare la biopsia ecoguidata della prostata (guidata cioè dalla contemporanea esecuzione dell’ecografia transrettale): tale metodica può essere dirimente per confermare od escludere il sospetto di neoplasia.

dt_160210_prostate_cancer_psa_test_800x600L’utilità del dosaggio del PSA (antigene specifico della prostata), misurabile mediante il prelievo del sangue, è tema ampiamente dibattuto nella comunità scientifica. Il PSA è un enzima prodotto esclusivamente dalle cellule della prostata, motivo per cui il suo aumento può essere dovuto solo ad una patologia prostatica (benigna o maligna). Occorre tuttavia fare alcune riflessioni a riguardo. Infatti il PSA si eleva indistintamente in tutte le malattie prostatiche, quali IPB, le prostatiti (infiammazioni della prostata) acute o croniche e le neoplasie maligne. Pertanto, un’elevazione dei livelli di PSA nel sangue non è necessariamente indicativo di neoplasia.

Inoltre occorre distinguere tra due isoforme di PSA che circolano nel sangue: PSA libero e PSA legato alle proteine. Il PSA totale è la somma di queste isoforme. In genere le cellule prostatiche tumorali maligne producono più spesso PSA in forma legata, motivo per cui riscontrare agli esami del sangue valori di PSA libero più elevati rispetto al PSA totale fa propendere la diagnosi per un IPB mentre un incremento dei valori di PSA totale (e con esso della forma legata) è più sospetto per neoplasia maligna.

Il PSA ha maggiore potere diagnostico rispetto all’esplorazione digito-rettale, tuttavia è pratica comune unire i due approcci. Tipicamente si fa la biopsia prostatica quando i valori di PSA aumentano più del 20-25% in un anno.

Il rischio di ammalare di neoplasia maligna della prostata aumenta con l’età; in meno del 5% dei casi è possibile riscontrare familiarità, ma nei figli di uomini affetti da neoplasia il rischio è aumentato di 10 volte. Per tale motivo è consigliato iniziare e controlli a partire dai 50 anni di età, a cadenza annuale. Se invece esiste familiarità è bene iniziare a 40 anni.

Che terapie abbiamo a disposizione per le patologie della prostata?

Esistono diversi approcci che verranno valutati dal medico in base alla storia clinica del singolo paziente. In linea generale la scelta della terapia dipende dalla gravità dei sintomi.

Se i disturbi sono lievi, o addirittura assenti, è possibile non prescrivere alcun trattamento e monitorare nel tempo l’evoluzione del quadro. Se invece i sintomi urinari interferiscono con la qualità di vita, allora sarà necessario impostare un trattamento farmacologico. I farmaci a disposizione per il trattamento dell’IPB si dividono in due grandi classi: gli inibitori del meccanismo di produzione degli ormoni responsabili della continua crescita della prostata (finasteride e dutasteride) e i cosiddetti “alfa litici” (tamsulosina, alfuzosina, doxazosina). I primi sono farmaci ampiamente utilizzati ancorché gravati da effetti collaterali, quali la riduzione della libido, la disfunzione erettile, l’ingrandimento e il dolore al seno, e sono pertanto spesso poco tollerati da uomini sessualmente attivi; inoltre occorrono almeno sei mesi di terapia perché il paziente ne possa avvertire i benefici. I farmaci alfa litici determinano invece il rilassamento dei muscoli della vescica facilitando il flusso urinario; a differenza della precedente classe, i benefici urinari degli alfa litici sono avvertiti già dopo poche somministrazioni. Gli effetti collaterali includono l’ipotensione (calo dei valori di pressione arteriosa), capogiri, vertigini e astenia (stanchezza).

Nelle forme iniziali e di lieve entità l’urologo può consigliare anche farmaci di derivazione vegetale: i più utilizzati sono la serenoa repens, il pygeum africanum, l’ortica dioica e i semi di zucca. Questi farmaci agiscono in maniera simile ai farmaci “convenzionali”.

È possibile anche combinare l’uso dei vari farmaci per cercare un effetto sinergico agendo sui diversi meccanismi d’azione.

Esistono casi di particolare gravità in cui è necessario ricorrere al trattamento chirurgico. Obiettivo della chirurgia è rimuovere la parte ingrossata della prostata che comprime ed ostruisce l’uretra. In ambito chirurgico due sono gli approcci più utilizzati: l’intervento “classico” (adenomectomia) che prevede l’incisione e la successiva sutura della vescica e la “resezione endoscopica transuretrale della prostata” (TURP), l’intervento ad oggi più diffuso, in cui l’urologo rimuove l’adenoma introducendo nell’uretra uno strumento flessibile dotato di bisturi.

E per la neoplasia maligna? Esiste la terapia ormonale che mira a sopprimere la sintesi del testosterone e può essere fatta in maniera continuativa o a cicli, la radioterapia e la chirurgia.

Concludendo, la patologia prostatica è argomento ampio e dibattuto. La decisione di eseguire approfondimenti diagnostici rimane basata sulla storia del singolo paziente e sulle capacità e l’esperienza del medico. Certamente ad oggi, se utilizzato nei tempi e nei modi indicati, il controllo del PSA è un buon metodo per monitorare “la salute” di questa delicata ghiandola.

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