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Il volontariato fa bene anche a chi lo fa

Della serie “Appassire con stile”: “La giornata inizia alle 7.30 del mattino. Siamo quattro donne nella cucina del Campo giovani della Parrocchia, in montagna: tre over 70 e una under, per un’esperienza di volontariato in cucina, appunto. Ci dirige Giovanna che segue la cucina da 16 anni. I ragazzi 20170616_153545(1)sono 65, hanno 16 anni, mangiano come lupi e 4 di loro sono “sguazz”, cioè si occupano del lavaggio pentole e posate e di servire la colazione. A noi il compito di occuparci della dispensa, controllare ogni mattina la temperatura degli 8 frigoriferi, disporne il contenuto e…riempire le pance.

E’ da qualche anno che voglio dedicare una settimana a questo volontariato, ma per varie ragioni non mi è stato possibile; quest’anno, invece, dopo aver assistito nella breve malattia una carissima zia che è mancata da poco, sento che è il momento giusto per allontanarmi dal mio lutto e immergermi in una nuova realtà con tutta la disponibilità di cui sono capace.

Sono qui disposta ad imparare, a fare. La cucina è ben attrezzata: c’è lo scolapasta elettrico, indispensabile per le grandi quantità di pasta, sbattitori, affettatrici, forni a volontà. Certo non sono pratica di dosi, ma per questo c’è Giovanna. Senza di lei non avrei mai saputo fare la besciamella per la pasta al forno con 10 litri di latte, un chilo di burro e mezzo chilo di farina bianca; preparare l’impasto delle crepes con 30 uova; friggere 140 milanesi ( 70 io e 70 la Carla di fronte a me). L’orario, come dicevo, è dalle 7.30 alle 23 circa, con un intervallo di 2 ore nel pomeriggio, ma la soddisfazione di vedere i ragazzi di 16 anni mangiare come lupi, grati di ogni piatto, è grande. L’affiatamento con le altre cuoche è subito un regalo; il lavoro manuale, specie in compagnia, è, secondo me, un balsamo che cura e guarisce le ferite. Quando entriamo con il carrello del pasto in sala è sempre un’ovazione che ci attende e i ragazzi che vengono a servirsi finchè ce n’è ci ripagano di tutte le fatiche.

Siamo in montagna, a 1200 m., in una bella località sulle Alpi Marittime, dove la Parrocchia ha una grande costruzione che era un’ex caserma, ora ristrutturata e perfettamente adeguata. Noi cuoche siamo trattate con i guanti: ognuna di noi ha una camera singola e la finestra della mia si tuffa nel verde. L’essere immersi nella natura, secondo me, è un altro potente fattore generatore di pace.

Abbiamo due ore di riposo al pomeriggio ed io preferisco lenire la mia stanchezza facendo piccole escursioni nel verde in cerca di fiori da fotografare: gigli martagone e gigli di S. Giovanni, spesso in compagnia di Carla, che non conoscevo. Grande lavoratrice qui e artigiana della lavorazione del vetro Tiffany nella vita, e prima della fine della settimana la convincerò a condurre un laboratorio del vetro nella nostra Unitre il prossimo autunno. Al rientro in cucina si pensa alla cena, ai dolci artigianali che ai ragazzi piacciono molto: i nostri tiramisù, i biscotti alle nocciole, le crepes con la marmellata, i budini (con 10 litri di latte, naturalmente…); il dopocena scorre lento: il riordino della cucina, la progettazione dell’indomani, la resa dei grembiuli bianchi in lavanderia….e verso le 22.30 via, in camera.

E’ passata così la mia settimana di volontariato. Conservo un biglietto di ringraziamento dove mi si dice che è stato un regalo immenso per i giovani e per la comunità, che questa struttura va avanti grazie a persone che regalano tempo, fatica, passione, affetto, ma io penso che sono loro che mi hanno fatto un grande regalo: ho coltivato la dedizione, la disponibilità, è nata dell’amicizia nella collaborazione ed è stato così che mi sono presa cura di me stessa, della mia tristezza e del mio lutto, staccandomi da tutto e accettando serenamente l’ineluttabile.

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