Ricordi luminosi e ricordi che pesano

Intervista a Erik Varden.

Monsignor Erik Varden, monaco cistercense di stretta osservanza e vescovo di Trondheim (Norvegia), è stato scelto per guidare gli esercizi spirituali di Quaresima 2026 per Papa Leone XIV e la Curia romana. Gli chiedo di spiegarmi alcune parole tratte dal suo libro “La solitudine spezzata”

foto di Erik Varden presa da Olivier Neale

Ricordare è il filo conduttore del suo libro. Perché?

È un fatto che io constato nella mia vita come in quella di persone che ho la fortuna di accompagnare. Portiamo con noi un bagaglio di ricordi che condizionano la nostra esistenza nel bene e nel male. Ci sono ricordi luminosi, che ci danno conforto e magari anche un po’ di nostalgia, e ci sono ricordi che pesano e che possono schiacciarci. Io credo che una sana e prudente gestione di questi ricordi sia necessaria per fare una buona vita.

Cosa significa che siamo polvere destinata alla gloria ?

La fragilità della nostra condizione è evidente specie con l’avanzare dell’età, non credo sia necessario rifletterci troppo. E allo stesso tempo, però, portiamo in noi un folle desiderio di eternità, senza limiti e senza costrizioni. Da una parte una vita che ogni giorno ci dà di meno, dall’altra il bisogno di qualcosa di più. Esplorare significa considerare la possibilità che il desiderio faccia parte di una dimensione dell’essere che va oltre la costrizione materiale dell’esistenza, che sia un discorso dell’anima e non della materia.

Ne scrive in una delle tante vite che racconta nel suo libro

Stig Dagerman, uno scrittore molto noto in Scandinavia ed in Francia, con un grande dono poetico. Il suo deciso pessimismo, tuttavia, lo tenne in equilibrio sull’orlo di un precipizio che si affacciava su un vuoto minaccioso. Un giorno, vi saltò dentro: il suo sguardo è rimasto troppo contenuto dalle circostanze, non è riuscito ad alzarlo e alla fine si è suicidato.

Speranza è un’altra parola a cui lei dà molta importanza

San Benedetto ha scritto nella sua regola: mantenete la morte presente davanti agli occhi ogni giorno. Questo non significa che idealizzasse la morte, anzi, chiedeva che ogni aspirante monaco oltre a cercare Dio avesse il desiderio di essere felice. San Benedetto diceva Sì alla vita, ma era realista. La vita non è infinita, ma ci portiamo dentro un seme di eternità, la possibilità di una vita eterna. Io, da credente, da monaco, da vescovo, penso che il mio compito sia porre delle domande che mettano in movimento una riflessione, un processo interiore, intellettuale e spirituale, di crescita e non di fatalismo. Di speranza, appunto.

Nel suo libro lei contrappone “desiderio” a “brama”.

Per capire le differenze penso sia utile risalire alla storia delle due parole. La parola greca per brama deriva da un termine che significa “divertirsi” o “ricavare piacere”. Il “desiderio”, invece, si riferisce all’anelito per una perdita o per una cosa distante, conosciuta e ritenuta preziosa ma adesso irraggiungibile. Mentre la brama deriva da me, dal mio desiderio di soddisfazione, il desiderio nasce da qualcosa che è al di fuori di me, che mi chiama trovando una risonanza in me.

Lei scrive che la bellezza è un modo per entrare in contatto con questo “qualcosa” di più alto e di migliore che non ho e di cui ho nostalgia

Ne abbiamo una intuizione, un vago sentimento. Il punto è che spesso non abbiamo voglia né l’energia per pensarci. Ma se ammettiamo di avere la responsabilità del nostro vivere, forse possiamo passare da un vago sentimento ad una vera riflessione, a un impegno per capire cos’è e da dove viene questo richiamo.

Questo ci porta alla parola “riconciliazione”: con gli altri, con la propria storia e con quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

La riconciliazione ci riporta al tema del ricordo, importante sempre ma inevitabile quando l’età avanza. Ancora una volta penso che sia una questione di realismo. Il dolore e la rabbia esistono, il rimorso è vero. E quindi? È come essere in stazione in partenza per un viaggio, magari l’ultimo, con un grande baule sulle spalle. Possiamo tenerlo ben chiuso e portarcelo faticosamente dietro così com’è, oppure possiamo aprirlo e, con grande onestà ed umiltà, guardare il contenuto e decidere cosa tenere e cosa è opportuno lasciar andare. Noi siamo condizionati ma non determinati dal passato. Siamo liberi di scegliere. In questo contesto il rancore e la mormorazione non ci aiutano, sono riconoscibili e comprensibili ma non hanno nessuna fecondità.

È un tema che torna in tutte le grandi religioni e nelle filosofie del mondo: mettere sé stessi al centro dell’Universo dà l’impressione di forza e di auto determinazione ma in realtà è una gabbia.

Finisce per essere anche un po’ noioso e alla lunga una distrazione diventa necessaria. E allora cosa facciamo? Possiamo prendere un sesto bicchiere di grappa o perderci in Netflix, oppure possiamo aprire la porta e invitare il vicino o possiamo anche entrare in chiesa.

In una cultura come la nostra, dove tutto è virtuale, trasmesso di seconda mano, fa bene cercare fonti di acqua pulita e non accontentarci di stand pieghevoli accanto a distributori automatici.

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Psicologo. Dopo più di 40 anni di lavoro nelle organizzazioni ha deciso di dedicare il suo tempo alla famiglia e allo studio delle religioni e della spiritualità nel mondo.

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