Il mio giardino persiano

“Il mio giardino persiano” di Maryam Moghadam e Behtash Sanaheeha è un magnifico film sulla allegra fortezza che non abbandona mai le donne, a dispetto del dato anagrafico e, per converso, sulla scempiaggine degli uomini e sul loro mito della virilità performante, mito reso umano e talora foriero di nere nubi se il cammino percorso sul cosiddetto viale del tramonto comincia ad avere una certa consistenza.

“Il mio giardino persiano” – il titolo originale è tuttavia “Il mio dolce preferito”, dolcezza secondo i casi lieta o tragica – pervaso da un sottile humour surreale e da tanta, tanta empatia, racconta l’incontro fra una vedova settantenne e un tassista che porterà la luce nel suo trascurato giardino.

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Le immagini dei film volano nel cielo cinematografico, si cercano e si associano come le parole e compongono, per quanto a frammenti eterogenei, un discorso che per sua intrinseca natura è sovente un discorso amoroso mascherato.

Mi è venuta questa idea assistendo alla proiezione del film iraniano “Il mio giardino persiano”, dopo che avevo visto poco tempo fa il film di Walter Salles, “Sono ancora qui”.

Alla fine di “Sono ancora qui” ero arrivato alla conclusione che il contrario di dittatura non è democrazia ma vita. Cambiano le latitudini e i periodi storici ma l’essenza dei regimi autoritari è sempre la stessa, che si tratti della dittatura militare del Brasile degli anni Settanta o della repubblica islamica dell’Iran ai giorni nostri: la felicità e l’amore, per quanto malinconico e crepuscolare come quello di due settantenni – vedova lei, single di ritorno lui – è profondamente trasgressivo e rivoluzionario e non è tollerato dai regimi autoritari e dalle teocrazie.

Sarà per questo che i registi Maryam Moghadam e  Behtash Sanaeeha non hanno potuto recarsi alla Berlinale a presentare il loro film che poi ha avuto importanti riconoscimenti.

E dire che “Il mio giardino persiano” ha una sola scena dichiaratamente politica, la scena in cui la magnifica Mahin, la protagonista, incita alcune ragazze a resistere alla “polizia morale” che le sta tartassando. Per il resto il film è pervaso da un sottile humour surreale e da tanta intelligente complicità.

Mahin, la protagonista, è vedova da trent’anni. Le amiche che prendono il thè con lei nella divertente sequenza iniziale le rimproverano la sua scarsa socievolezza e la incitano a cercare un uomo che le faccia compagnia. Il destino vuole che Mahin incontri in un negozio Faramarz, un tassista che desta il suo interesse. Mahin, intrepida, visto il contesto bacchettone in cui vive, fa in modo di incontrarlo di nuovo e di farsi riaccompagnare a casa in tassì. Quindi lo invita ad entrare a casa sua e mai primo incontro fra settantenni innamorati fu raccontato con tanto humour, grazia e tenerezza.

Insomma, amiche e amici miei che combattiamo lancia in resta contro il drago degli anni, inalberiamo lo stendardo dell’amore e saremo d’emblée contro la guerra ed ogni regime. E la nostra età sarà un valore aggiunto colorato d’autunno, sarà una freccia scagliata contro ogni pregiudizio sociale e ogni forma di repressione, sotto qualunque cielo, quasi dappertutto ahimé, essa nasca e prosperi.

“Il mio giardino persiano”, 2024

regia di Maryam Moghadam e Behtash Sanaheeha

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Foto tratta da uno spezzone del trailer del film “Il giardino persiano”

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Boomer della prima ora, Fausto Bona, ora pensionato, è stato insegnante di lingua e letteratura francese al liceo e contemporaneamente animatore culturale del Circolo del cinema di Brescia. Continua a occuparsi di cinema in qualità di critico cinematografico del quotidiano “Bresciaoggi” di Brescia. Oltre al cinema, le sue passioni sono la montagna e la bicicletta.

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