L’ultimo viaggio
Angelo Ferracuti è uno scrittore. Ha pubblicato soprattutto reportage narrativi. Collabora con il manifesto, la Lettura e con Radio 3. L’intervista ruota intorno a “L’ultimo viaggio – Storie di vita e fine vita” di cui è autore insieme al fotografo Giovanni Marrozzini.
Perché ha scritto L’ultimo viaggio?
Mi interessava raccontare i modi di morire in Europa, cioè l’atteggiamento delle diverse culture nei diversi luoghi. E quindi ho cominciato un viaggio che mi ha portato tre volte in Svizzera, in un hospice nelle Marche, così come in Norvegia, in Olanda, in Germania.
Sono storie di vita, diversamente da altri materiali di senso su questo tema raccontano tutto ciò che noi non conosciamo, che non si può dire e che non si può vedere. Per esempio, quando sono andato nelle cliniche svizzere la mia idea era anche quella di demistificare questi luoghi dell’immaginario che a un certo punto sono dei normali appartamenti dove molto tecnicamente le persone vanno a morire.
Molte storie le ho cercate, altre sono venute da sé, come quella dei Santi Bevitori di Berlino, che vivono in una casa della Chiesa Evangelica per senza tetto ed alcolisti, l’unica in Europa in cui possono continuare a bere fino alla fine.
In fondo è un libro rassicurante, perché esprime l’idea che ogni scelta è giusta e legittima di fronte alla morte.
Chi sceglie la morte assistita?
Solo una piccola minoranza, l’1% in Svizzera che pure ha norme chiare e facilità di accesso. Sono persone che soffrono moltissimo o che sono prigioniere in un corpo reso immobile da malattie molto gravi e irreversibili. Non è che non vogliono più vivere, non vogliono più soffrire, essere prigionieri di un corpo che li opprime. Vedono la morte come una liberazione. La procedura è molto rigida, fissata per legge, e fino all’ultimo la persona può rinunciare. Qualche volta succede ma spesso poi ritornano.
Lei ha visto e raccontato molte morti. Qual è una buona morte?
Tiziano Terzani in “Un indovino mi disse” a un certo punto afferma che morire a casa, lì dove sono morti i propri genitori, dove sono morti i propri nonni, lì dove uno è vissuto e ha le sue radici, è un po’ morire meno. L’ho trovata una cosa molto vera.
Una buona morte è dove uno si sente tranquillo, dove sceglie di stare nel momento dell’addio al mondo, perché per esempio io ho intervistato delle persone in hospice che volevano andare a morire lì perché si sentivano da un punto di vista medico più protette, più accudite.
Se penso alla mia morte, penso al letto dove dormo, alle ultime carezze con le persone care. Questa è un po’ un’immagine rassicurante. Mi rendo conto però che oggi purtroppo nella società atomizzate si muore spesso soli. Una buona morte è non morire soli in una corsia d’ospedale, magari, che ne so, con accanto una badante. Oggi che non c’è più la comunità, invece, la cattiva morte è morire così, soli e abbandonati.
C’è un collegamento tra buona morte e buona vita?
Certo! La consapevolezza della morte dovrebbe dare valore ed orientamento alla vita, perché sia più intensa, più causale, meno condizionata dalla routine. Ancora una volta la parola chiave è “scegliere”: le compagnie, l’uso del tempo, le priorità, le direzioni.
Come cambia la vita di chi rimane?
Io posso dire quello che è cambiato per me, la cosa rassicurante è portarsi dietro un ricordo positivo anche della fine. Per esempio, i nostri ultimi giorni sono stati paradossalmente dei giorni molto belli perché eravamo consapevoli che non avevamo tempo e quindi quel tempo non l’abbiamo sprecato. Mi ricordo un ultimo viaggio in Costiera amalfitana con mia moglie a Furore, questo posto dove era nato l’amore tra Rossellini e Anna Magnani, un piccolo fiordo. E ogni momento mi dicevo ecco, devo viverlo in maniera intensa, perché poi Patrizia morirà e quindi siamo stati più vicini che mai. Perché invece nella vita normale, quando non c’è la malattia, non c’è l’idea della morte, spesso si è travolti dalla routine, dal ripetersi dei giorni, si fanno molte cose anche in maniera inconsapevole.
E anche gli operatori hanno reazioni simili. «Lavorando in questo posto rivaluti le cose, sono diventata più pazza», mi ha detto una infermiera dell’Hospice. E un’operatrice di una Clinica Svizzera «Sono in pace con la morte, so che domani potrei essere io ad ammalarmi o a morire, ma esserne cosciente per aver lavorato qui mi ha calmato, e le piccole difficoltà della vita non hanno più tanta importanza per me, vedo il lato bello della vita, vivo più il momento”. I volontari raccontano di trovarsi di fronte a situazioni piene di angoscia e a domande cui non sanno rispondere. Gli viene insegnato a non dare risposte ma a stare vicino, ascoltare, essere presenti. Niente di più e niente di meno.
Certe esperienze contribuiscono a cambiare sguardo, cioè a concentrarsi moltissimo sugli altri e pochissimo su sé stessi. In me ha cambiato completamente questa prospettiva, quell’equilibrio tra il nostro interno e l’esterno, che a volte in molti è narcisistico, etero riflesso, assolutamente sbilanciato ed egoistico.
Chiuderei con la poesia di Raymond Carver che lei ha scelto per il suo libro. In poche righe mi sembra che colga il senso profondo di molto di quello che mi ha raccontato:
Ultimo frammento
E hai ottenuto quello che volevi
da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.
Raymond Carver
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Psicologo. Dopo più di 40 anni di lavoro nelle organizzazioni ha deciso di dedicare il suo tempo alla famiglia e allo studio delle religioni e della spiritualità nel mondo.












