Carmela, guardia ecologica volontaria
Anche l’inquinatissima Città Metropolitana di Milano ha diversi polmoni verdi che aiutano la sua sopravvivenza. E non ci crederete, ma a difesa proprio di queste oasi ci sono anche volontari e volontarie senior che hanno deciso di vestire la divisa delle GEV, quella delle Guardie Ecologiche Volontarie.
E oggi per incontrarne una andiamo nel cuore del Parco Nord Milano, 1000 ettari di verde che abbracciano ben sette municipalità, capoluogo compreso. Vera e propria oasi felice che nel dopoguerra ha svolto, resistendo con le unghie e con i denti, il ruolo di argine all’urbanizzazione selvaggia tipica di quegli anni.
Per la precisione ci fermiamo a Bresso dove incontriamo Carmela, inarrestabile settantenne, impegnata in loco su mille attività sociali, soprattutto, ma non solo, legate a questo polmone verde: “Dopo aver concluso la mia vita professionale, la voglia di mettersi in gioco e di donare qualcosa alla collettività mi ha spinta a guardarmi intorno, alla quotidianità del mio quartiere. In poco tempo ho incrociato le guardie GEV, queste cittadine e cittadini in divisa, amanti della natura, volontari che dedicano il proprio tempo alla difesa dell’ambiente, instancabili nel trasmettere agli altri le proprie conoscenze e la propria passione e che educano al rispetto del patrimonio naturale regionale, Parco Nord Milano compreso”.
Le chiedo subito se indossare quella divisa è solo una questione di anima e cuore. “Ovviamente non solo, infatti la puntuale formazione qui è tutto. C’è un corso di formazione notevole, parliamo di 70 ore, dove si studiano moltissimo le leggi e tutto quello che ruota intorno alla prevenzione dei reati che si possono compiere contro la natura. Dopo l’esame generale, c’è poi la nomina ufficiale del prefetto, seguita da altre 70 ore di tirocinio proprio dove si andrà a operare, con la definitiva nomina da parte, nel mio caso, del direttore dell’Ente che amministra il Parco. Tra tutto questo devi pensare che passa un anno, come minimo. Quindi no, l’anima e il cuore sono cardine, ma bisogna impegnarsi e studiare”.
Ma cosa comporta in termini orari essere una GEV? “La legge dice che dobbiamo prestare servizio di volontariato almeno 14 ore al mese. Poi però sai che farai di più perché c’è tanto da presidiare e la passione poi ti porterà a impegnarti in un’altra serie di attività che vanno in funzione delle proprie competenze e in funzione dei propri desideri, tra cui il monitoraggio dei nidi, il monitoraggio degli scoiattoli, la partecipazione allo svolgimento di visite guidate. Poi c’è anche il raduno regionale e le varie giornate di celebrazioni nello stesso Parco, come quella della Giornata della Memoria, molto commovente e sentita”.
Amore per il verde e per la tua comunità, ma questa passione è nata solo una volta in pensione? “Non direi. Per 22 anni ho avuto un esercizio commerciale che ha stimolato la voglia di donare alla collettività il bene più prezioso che l’essere umano abbia, cioè il tempo. Il mio negozio sorgeva nella parte di Bresso, diciamo, più difficile e forse dimenticata e quindi anch’esso era un presidio sociale. Da questa esperienza si sono sviluppati sentimenti, diciamo, di rivalsa verso questo abbandono. Così insieme a un gruppo di residenti abbiamo messo in piedi la prima associazione di quartiere della storia di Bresso. Era la fine degli anni ’90. Tutto nacque dalla volontà di investire quel bene prezioso, il tempo intendo, per il bene delle proprie strade, della propria comunità, senza che tutto fosse risucchiato, come sempre era successo, dalla più attrattiva Milano”.
Stiamo però parlando di 30 anni fa, oggi, secondo il tuo punto di vista, le istituzioni sono attente e proattive rispetto a quella voglia di mettersi in gioco che la tua generazione ha? “Mah… allora, dal mio punto di vista no. Anche perché le istituzioni, soprattutto la parte politica, ha un respiro di quattro/otto anni. Troppo asfittico in termini di visione a lungo termine. La mia generazione invece ha una forza inarrestabile perché si è formata in un periodo della società in cui bisognava veramente tirar fuori tanto, subito. Per questo abbiamo una marcia in più… ci siamo formati alla vita in un periodo in cui non eri né carne né pesce, né bambino né anziano… la tua strada la dovevi inventare ogni singolo giorno e la cosiddetta società manco ti prendeva in considerazione. Da quella palestra è venuta fuori gente abbastanza forte. Ed eccoci qua”.
Vi siete fatti solo con le vostre mani o il vostro impegno civico di oggi è anche figlio di altro? “Di certo ha giocato anche l’educazione in famiglia. Io sono stata una migrante interna, vengo da un mondo contadino lontano centinaia di Km da qui. Infatti, la mia famiglia veniva dal meridione e mia madre mi ha sempre raccontato di come i ‘vecchi’ si impegnavano per la collettività. Sono cresciuta con questi racconti, con questi esempi, con questi valori”.
Oltre essere una GEV, sei sempre impegnata su mille cose… ma così non si rischia di esagerare e di incappare in quello che gli inglesi chiamano “burn out”? “No, non percepisco questo pericolo. Anche perché hai spesso la possibilità di fare una selezione delle cose che puoi fare, valutare e di discernere, chiedendoti se quella cosa ti fa star bene o no. Le cose che faccio, in primis, le faccio perché fanno piacere a me. Se non ce la faccio, cambio. Conta che poi non hai più quell’ansia da prestazione che magari ti portavi dietro nella tua vita lavorativa, non sei più ossessionata dai risultati, insomma”.
Alla luce della tua esperienza, azzarderesti quindi a definire il volontariato come GEV una cosa che chiunque può fare? “No, non è per tutti. Quantomeno è per chi sa portar pazienza, visto che far rispettare le regole alle volte ti porta ad aver a che fare con cittadini un po’ cocciuti, diciamo. Quindi serve calma e capacità dialettica e di self-control. Però poi la consiglierei come attività di volontariato proprio perché entri in contatto con il resto, cioè la Natura, che è tanto ed è emozionante. Impari cose bellissime su flora, fauna. Sapere nuove cose è inebriante, credimi. Oltretutto nel nostro parco arrivano tanti ricercatori universitari… ti relazionano su cose incredibili come le ricetrasmittenti poste su libellule, su rospi per studiare le loro abitudini… e tu sei chiamata a preservare tutta quella ricchezza che, oltre a far star bene chi vive il Parco, poi viene raccontata su libri e in università. Non ha prezzo”.
Dai tanto per gli altri, ma un tuo sogno, Carmela? Cosa sogni per il futuro? “Per quanto riguarda il mio piccolo, sogno che la popolazione rispetti al 100% il Parco Nord. Questo polmone verde è sorto dove un tempo c’erano gli stabilimenti della Breda, dove lavoratori hanno pagato con il sangue il loro impegno per un mondo migliore, finendo deportati. Se rispetti il Parco Nord, oltre la natura, rispetti anche il loro sacrificio, insomma. E per me, il mio sogno… vorrei ancora tanti anni per godere proprio di questo piccolo, verde, pezzo di paradiso”.
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Francesco Bizzini, responsabile ufficio stampa CSV Milano – Centro di Servizio per il Volontariato Città Metropolitana di Milano.












