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Volontariato

Competenze “pregiate” a disposizione del volontariato

Una operazione possibile ?

Un dirigente, dopo una vita di lavoro, è portatore di conoscenze, esperienze tali che sarebbe davvero un delitto abbandonare a se stesse. Perché non valorizzarle in ambito sociale, offrendole al mondo della solidarietà, per aiutarlo a organizzarsi e gestirsi al meglio?

Su questa domanda con il 2014 da una collaborazione fra Associazione Nestore e Aldai (l’associazione dei dirigenti aziende industriali) nasce un progetto, inizialmente finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Il titolo lascia trapelare la natura della iniziativa: outplacement per il sociale, rimettersi in gioco nella solidarietà. Un percorso di accompagnamento personale, proprio come nell’outplacement, dove lo sbocco non è una ricollocazione lavorativa, bensì un impegno nel volontariato. Con tanto tempo dedicato a capire come “funziona” quel mondo, le sue particolarità, e che cosa sta scritto nella motivazione personale verso una scelta di impegno sociale.

La curiosità: come è andata? Quale fattibilità concreta?

Certamente, anche alla luce della nuova legge sul terzo settore, che pone al centro l’impresa sociale, e così facendo avvicina di molto mondo profit e no profit, il bisogno è evidente. Lasciando fuori le organizzazioni più grandi, già abituate a ragionare in termini “aziendali”, il mondo del volontariato è bravo a fare efficacia (dare risposte ai suoi “clienti”), quanto debole nel fare efficienza (soprattutto nel reperire e usare le risorse necessarie per la propria sopravvivenza): criticità sul piano organizzativo con inevitabili ricadute su clima, motivazione, e gestione del conflitti.

C’è carenza di managerialità, insomma.

Detto ciò, l’accoglienza riservata ai senior “in uscita” dal percorso previsto nel progetto “Outplacement” non è sempre facile. Le aspettative giocano un ruolo decisivo. Il manager viene visto come “l’uomo dei contatti d’oro”, capace con la sua rete di risolvere gli annosi problemi di finanziamento o “l’uomo della provvidenza”, cui dare massima attenzione per risolvere le criticità interne. Non mancano le proiezioni: un malcelato autolesionismo (“tanto non risolverà nulla”), oppure la sfida (“vediamo che cosa ci propone..”).

E i partecipanti? Certamente nell’arco di questi anni il desiderio di mettere a disposizione la propria esperienza professionale è cresciuto, ci sono meno “sospetti da dissipare” e più la voglia di “mettersi in gioco” rapidamente come volontari, primariamente cercando di dare continuità (fin dove possibile), alle condizioni precedenti di lavoro. Potremmo chiamarlo “volontariato professionale”, che in termini valoriali è contemporaneamente legato ai principi della solidarietà organizzata da un lato, e a quelli propri professionali dall’altra.

Certamente per loro la maggior sfida consiste nello “spogliarsi” di alcune abitudini radicate nella lunga esperienza lavorativa: per esempio ricondurre, quasi come automatismo, ogni evento organizzativo osservato in una associazione, come a qualcosa di “già visto”. O peggio la presenza di “stupore” (chiamiamolo così…) nel rintracciare pratiche, convinzioni che consideravano ormai non solo desuete, ma addirittura estinte. E invece….

E ancora: immaginarsi una accoglienza adeguata, un ingresso preparato, in qualche misura “pianificato”, dove tutto è predisposto per “preparare il terreno” (l’organizzazione di volontariato) a ricevere e mettere in atto le indicazioni che verranno fornite via via dal senior appena arrivato (un dettaglio: l’imbarazzo dell’impatto dello slang italo-inglese fra le mura dell’associazione in cui magari scappa spesso l’intercalare dialettale…).

Il mondo del terzo settore ha le sue particolarità, le sue peculiarità, le sue originalità. Non è sempre riconducibile nelle sue dinamiche a quanto accade nel “profit”. Nell’accostarsi serve “umiltà”. Verso di sé, quanto verso l’esterno. Verso di sé nel ricordare che nessuno è portatore di verità (neppure da senior e dopo percorsi lavorativi di successo) quanto “salvatore della patria”. Verso l’esterno per sottolineare il saper ascoltare, cioè lo sforzo di comprendere la storia di una associazione, l’impegno dei singoli. Per molti dei partecipanti è stata la chiave di volta per entrare, per accettare ed essere accettati.

Complessivamente un centinaio di dirigenti senior in questi 4 anni di collaborazione fra Associazione Nestore e Aldai si sono avvicendati nel progetto. Di tutti, solo in 4 hanno preferito chiudere con l’esperienza nel sociale. Un segno inequivocabile che il bisogno c’è, la disponibilità pure. E che, pur in pensione, c’è e si può ancora costruire molto. E non smetterla di raccogliere soddisfazioni.

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