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Rapporti intergenerazionali

Preoccupati “dei” giovani o “per” i giovani ?

Già in altre note ho ripreso alcune considerazioni emerse da una ricerca condotta nel 2016, come Associazione Nestore [1], sulle differenze di genere nel processo di invecchiamento.

Nella nota attuale, vorrei affrontare i modi con cui gli intervistati si rapportano con i giovani, tema, questo che mi sembra indicativo anche del più complessivo rapporto con la società attuale.

Anzitutto, poche sono le interviste da cui emergono valutazioni schematiche, del tutto positive

“Eh i giovani mi piacciono, generalmente mi piacciono, i bambini poi… mi fanno una tenerezza che prima non mi facevano.” (D., 74),

o del tutto negative:

“I giovani di oggi sono una grande delusione perché noi quando eravamo giovani avevamo altri interessi, altre opinioni della vita. Oggi i giovani sono un po’ troppo coccolati, hanno un po’ troppe cose, troppo di tutto hanno” (D., 75)

Nella maggior parte dei casi, si evidenziano, invece, valutazioni più sfumate e articolate che, spesso, si intrecciano con la più complessiva valutazione della società attuale.

In taluni casi, emerge una sorta di ambivalenza, per cui, ad un iniziale rimarcare come i giovani siano ‘il futuro’, segue, poi, un rimarcare loro tratti negativi: così, i giovani sono (spesso all’interno della stessa intervista), ‘la nostra speranza’, ‘il nostro futuro’, ma, anche, ‘viziati’, ‘immaturi’, ‘maleducati’ o ‘superficiali’; e, ovviamente, viceversa.

Nello stesso tempo, quando sono presenti queste valutazioni negative, vi è, spesso, un esplicito riferimento alle responsabilità delle famiglie e della scuola, considerate ambiti non più capaci di trasmettere valori positivi.

“Perché magari capita di vedere i genitori di questi ragazzi e ahimè quando vedo i genitori dico “adesso capisco perché i ragazzi sono così” (D., 65)

Nello stesso tempo, in diverse interviste emerge un duplice confronto con la propria giovinezza: da un lato si sottolinea come i giovani di oggi godano di condizioni di vita migliori di quelle della propria generazione, dall’altro, si rimarcano le loro difficoltà occupazionali, e, più in generale, la mancanza di prospettive e le problematicità del loro futuro – anche quello lontano.

“A volte mi fanno molta pena, proprio perché vedo tanti ragazzi così impegnati, così desiderosi di fare … ai quali vengono purtroppo tarpate le ali, e quindi devo dire che per una buona parte dei giovani mi dispiace tantissimo, perché diciamo che anni fa per un ragazzo che aveva voglia di fare, c’erano forse più possibilità … per cui sinceramente per tanti mi fanno, ho, ho molta tristezza… quindi fondamentalmente diciamo che i ragazzi giovani mi piacciono, perché mi piace la gioventù, perché la gioventù è bella, perché hanno tanto davanti, tante speranze, tante per il futuro, per cui penso sempre che la situazione un giorno possa anche migliorare e comunque avere la voglia, la forza, di dire “beh, non riesco a fare qui, prendo e vado”. (D., 62)

Perché pensare ai giovani di oggi che hanno 20 anni 25, pensare quale sarà il loro futuro tra 50 anni, non è certamente la pensione che prendiamo adesso … Adesso come adesso i loro genitori hanno messo via qualcosa e glieli lasciano, ma i figli, i figli loro? E questo è quello che dovrebbe fare in modo di angosciarli per il loro futuro, non per chiudersi in se stessi.” (U., 72)

In molti, emerge, inoltre, una difficoltà a rapportarsi con il mondo dei giovani, difficoltà, in taluni casi, venata da una certa autoironia data dal ricordo di come, da giovani, si vivessero ‘i vecchi’ e da come non si sarebbe voluto diventare come loro, come in questa intervista:

“Quando io ero giovane, vedevo i vecchi, vedevo che c’era differenza tra di noi, ma dicevo “Quelli son vecchi”. Dicevo: “Quando diventerò vecchio non sarò così” …e invece, adesso son dall’altra parte della barricata … faccio fatica, devo fare uno sforzo per comprendere come ragiona un giovane adesso … perché loro fanno parte di questo mondo che io faccio fatica a comprendere, e anche questa è una cosa che quando ero giovane non avrei mai immaginato che sarebbe successa, e invece è successa.” (U., 66)

Così come, talora, emerge una sorta di contrapposizione tra i ‘propri’ giovani (figli e nipoti), tratteggiati in modo positivo, e i giovani in generale’, sui quali prevale una visione decisamente più critica. Come in questo caso:

“Beh, guarda io ho due idee sui giovani, perché ci sono, c’è pieno di giovani molto in gamba, vedi mio figlio, modestamente (ride), no scherzo, comunque c’è tanta gente in gamba, anche gente che frequenta lui che conosco e poi c’è tutta questa massa …” (D., 69)

Ridotte, in questo caso, le differenze di genere. Certo, emerge una maggiore criticità da parte degli uomini che da parte delle donne che, soprattutto, tendono a connotare in termini maggiormente affettivi le loro valutazioni. Nello stesso tempo, mentre gli uomini sembrano riferirsi più ai giovani in generale, le donne fanno intravedere un implicito riferimento ai propri figli e, anche, ai propri nipoti.

In realtà, più che l’essere uomini o donne, gioca l’avere, o meno, figli o nipoti, o l’avere, o meno, comunque ancora a che fare con i giovani tramite, ad esempio, associazioni di volontariato.

Vale a dire che quello che sembra più essere rilevante è la conoscenza diretta delle nuove generazioni e la condivisione di ambiti comuni. Se questa vicinanza personale non esiste, è elevato il rischio di valutazioni sostanzialmente schematiche e il ricorso a veri e propri stereotipi (specie negativi); mentre, se sono presenti vicinanza e condivisione, le valutazioni diventano articolate e anche le problematicità, pur presenti, assumono un carattere molto più sfumato.

In un caso, quindi, emerge la preoccupazione ‘di’ come sono attualmente i giovani, visti in rapporto col proprio passato, nell’altro, traspare piuttosto la preoccupazione ‘per’ i giovani, per il loro presente e per il loro futuro.

[1] “Invecchiamento e differenze di genere’, Associazione Nestore, Milano, 2017.

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