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Ricerche

Fiducia e Silver Economy post lockdown

La Silver Economy rappresenta una risorsa importante per la società anche dopo il periodo di lockdown e gli over65 guardano al futuro con maggior fiducia e ottimismo rispetto alle generazioni più giovani, il divario con le quali si è accentuato nel corso dei mesi dell’epidemia.

Foto di form PxHere CC0 Dominio pubblico

E’ quanto evidenzia una ricerca presentata a fine giugno dall’Osservatorio Censis – Tendercapital dal titolo “La Silver Economy nella società post Covid-19”.

La ricerca ha voluto esplorare “quali sono le conseguenza della pandemia anche per i più longevi, over 65anni, se si è creato un ulteriore divario tra giovani e anziani e come questi ultimi hanno reagito durante l’emergenza sociale, economica e sanitaria”.

Più in generale, nell’intento dei ricercatori, si è voluto capire “se oggi, nel post Covid-19, la Silver Economy rappresenti ancora una risorsa per la società, se dopo la crisi generata dalla diffusione del Coronavirus e i tre mesi di lockdown, la longevità attiva sia da considerarsi archiviata oppure se per gli anziani sia stata solo una terribile parentesi, che si può e si deve oltrepassare”.

Il rapporto di ricerca conferma che i senior continuano ad essere “motore della vita collettiva, che l’invecchiamento attivo non è andato in soffitta, che i senior rimangono i soggetti economicamente forti della società e, soprattutto, che oggi, nella fase post-Covid-19, guardano al proprio futuro e a quello della propria famiglia con meno pessimismo e più fiducia degli altri: il 32,8% si dice ottimista, contro il 10,4% dei millennial e il 18,1% degli adulti. Non solo: gli over65 sono anche i più positivi sulle chance di ripresa dell’Italia (20,9%), mentre crolla in questo caso la fiducia dei millennial (4,9%)”.

Nell’indagine svolta a fine aprile da Osservatorio Senior dal titolo “Pandemia e Futuro dei Senior” e pubblicata su questo sito, ci si è interrogati su quale atteggiamento di fondo sarebbe prevalso tra i senior al termine del lockdown:

– se sarebbe rimasto (anzi, se si sarebbe irrobustito) un atteggiamento fiducioso sulla possibilità di una lunga vita in accettabili condizioni di salute ed economiche; sulla possibilità di vivere appieno gli anni a venire sul piano intellettivo, fisico, relazionale;

– oppure, se sarebbe prevalsa una crescente non fiducia nelle proprie capacità e possibilità, una paura bloccante che avrebbe impedito persino di pensare a costruire un futuro appagante per gli anni che rimangono da vivere.

In questa nostra indagine si è rilevata una grande varietà di fattori che condizionano l’affermarsi di un atteggiamento più o meno positivo (ad esempio, la situazione socio-economica, le condizioni di vita familiari, le condizioni psicologiche delle singole persone, ecc), così come fattori che potranno portare nel tempo ad atteggiamenti vuoi più positivi (ad esempio, la resilienza dei cittadini senior o il fatto che la generazione senior in qualche modo ha già dimostrato di sapersi reinventare e di saper andare aldilà degli schemi passati), vuoi ad atteggiamenti più negativi (come ad esempio l’acuirsi di un senso di vulnerabilità personale o il senso di precarietà di fonte ad un “nemico”, il virus, di lunga durata).

Il lavoro Censis – Tendercapital sopra citato non sembra sciogliere del tutto il dubbio su quale sarà l’atteggiamento prevalente tra i senior (gli ottimisti in definitiva non sono una percentuale così elevata), ma fornisce una chiave interessante per interpretare la situazione, e cioè che le generazioni più anziane sono più ottimiste e fiduciose di quelle più giovani, le quali dall’epidemia risultano essere state più penalizzate non solo sul piano oggettivo (a prescindere dalla mortalità che non li ha sfiorati), ma anche su quello soggettivo.

Infatti, l’indagine Censis – Tendercapital rileva “un nuovo rancore sociale, alimentato e legittimato da una inedita voglia di preferenza generazionale nell’accesso alle risorse e ai servizi pubblici, legata alla visione del longevo come privilegiato dissipatore di risorse pubbliche. Ben 5 giovani su 10 in emergenza vogliono penalizzare gli anziani nell’accesso alle cure e nella competizione sulle risorse pubbliche. Più precisamente, il 49,3% dei millennial (il 39,2% nel totale della popolazione) ritiene che nell’emergenza sia giusto che i giovani siano curati prima degli anziani; inoltre il 35% dei giovani (il 26,9% nel totale della popolazione) è convinto che sia troppa la spesa pubblica per gli anziani, dalle pensioni alla salute, a danno dei giovani”.

Insomma, una frattura tra generazioni che non è certo una novità per la società italiana, ma che con tutta probabilità il Covid-19 ha acuito.

Cosa possono fare i senior per aiutare a migliorare questa situazione?

Difficile non distinguere tra il piano individuale e familiare da una parte e quello più propriamente politico di scelte nella distribuzione delle opportunità e delle risorse dall’altra.

Sul primo piano, non si vedono particolari conflitti intergenerazionali all’interno delle famiglie, e se ci sono non appaiono superiori a quelli fisiologici e comunque ben lontani da quelli che gli stessi senior sperimentarono quando erano giovani. La “generosità all’interno della famiglia” da parte dei genitori senior non pare intaccata dalle ultime vicende e corrispettivamente molti millennial continuano a trovare rassicurazione nel welfare familiare.

E’ sul secondo piano, quello pubblico della distribuzione delle opportunità e delle risorse, che si dovranno ribilanciare i rapporti tra generazioni, sia per dare una prospettiva di futuro alle generazioni più giovani, sia per evitare che il conflitto tra generazioni si manifesti in modo brutale.

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