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Volontariato

Gabriella: il volontariato senior con al centro la Casa

Sono a Piacenza perché, dopo tanto peregrinare per l’Italia intervistando volontarie e volontari provenienti direttamente dal mondo del lavoro, la redazione mi ha chiesto una cosa semplice, cioè intervistare una senior-volontaria-casalinga.

L’ho trovata, si chiama Gabriella, ha 73 anni e per la verità, che sia fuori o dentro casa, ha sempre lavorato: “Avendo perso il papà ho iniziato presto, a 16 anni, prima lavorando nel campo delle schede perforate per i computer e poi come commessa in un negozio di tendaggi. A 48 anni sono diventata nonna e lì tra la scelta di vedere mia figlia abbandonare la professione o abbandonarla io, ho preferito fare vivere a lei la sua vita lavorativa. Da quel momento sono casalinga”.

Che poi, capiamoci, dato per scontato che non sia mai esistita una casalinga che lavora meno di chi ogni giorno timbra il cartellino, credetemi, Gabriella è proprio un’inarrestabile forza della natura e ha scelto di intrecciare la propria vita con il Volontariato per Associazione La Ricerca: “Per me e mio marito, che purtroppo non c’è più, il volontariato era un’esigenza, abbiamo iniziato giovanissimi, appena sposati, aiutando agli inizi degli anni ’70 un lungimirante e illuminato parroco, don Bosini, a creare una micro rete di famiglie in affido. Ai tempi non c’erano leggi in merito, abbiamo inventato per come sapevamo fare. Nel ’76 poi è arrivata l’esplosione dell’eroina, del metadone e in casa nostra abbiamo fatto incontrare il don con alcuni medici nostri amici, professionisti disperati nel vedere questa ondata di morte e da lì abbiamo iniziato tutto quello che continua oggi. Una rivoluzione che ci ha travolto e non ci ha più lasciati”.

E la casa di Gabriella è proprio il fulcro del suo modo di intendere il Volontariato, come parte della quotidianità: “Anche prima di diventare casalinga, quando lavoravo, il Volontariato non ha mai smesso di riempire le mie giornate. Io non ho mai scisso le due vite: sono sempre state un’unica cosa e pur nella fatica l’ho fatto sempre con il sorriso, tanto che, anche quando mi è capitato il cagnolino randagio da tenere a casa, chi mi incrociava presa tra i suoi bisognini, l’acqua messa su a bollire per il ritorno dei figli da scuola e il turno di lavoro del pomeriggio, mi diceva che mi vedeva sorridente, raggiante, felice. Questo mi ha dato la certezza che stavo vivendo bene, che ero soddisfatta. Lo dico anche ai miei coetanei, il Volontariato fa rinascere, fatelo, non deprimetevi a casa… che poi si entra anche nel tunnel del sentirsi malati!”.

Sapete ormai come sono come giornalista, un po’ scettico dei volontari e delle volontarie sempre attive. Chiedo quindi allora a Gabriella se non sia pericoloso vivere una vita così civicamente spericolata: “Ovvio che il pericolo di burn out c’è, soprattutto quando ti senti appagata. Io e mio marito abbiamo avuto il dono di avere però figli capaci di richiamarci all’ordine. Anzi, quando lui è andato in pensione abbiamo proprio deciso di metterci un po’ in stand by e dopo aver scoperto il suo tumore, nei momenti di pausa dalle cure, abbiamo girato mezzo mondo. I figli erano accasati e quindi i soldi risparmiati ce li siamo goduti per noi”.

Quindi mi dici che l’argine al fare troppo è ascoltare e rispettare le persone che amiamo? “Sì, quando tornavamo dai viaggi continuavamo con il volontariato, ma uno spazio privato, protetto, fuori dal volontariato è necessario, soprattutto per i figli. Bisogna stare attenti a non fare del bene a uno e nel mentre calpestare qualcun altro”.

Ma quelli della vostra generazione hanno una marcia in più rispetto ai volontari più giovani, anche nel campo della cura alle dipendenze? “Marcia in più? Almeno per me è una dose maggiore di comprensione, di sospensione del giudizio. Sarà anche una questione di vita vissuta: io a quindici anni ero arrabbiatissima con mia madre che si era appena separata e se non sono finita nella dipendenza è perché in quegli anni la roba non girava e ho incontrato persone giuste al momento giusto. Poi sappiamo ascoltare e concentrarci sull’altro. La nostra generazione aveva anche questo dono: in famiglia nel bene o nel male c’eravamo solo noi, non c’erano cellulari che rubavano attenzione a chi ci stava accanto”.

Ma c’è qualcosa delle nuove generazioni di volontari che non ti convince? “Sono tutte e tutti splendidi, ma alle volte si lamentano troppo. Per esempio, del presunto stop alle attività causato dalla Pandemia. Ma che stop!? Io sono molto più impegnata di prima, anche solo per aiutare i vicini di casa, per combattere la solitudine, anche solo ascoltandoli in fila davanti a una farmacia, oltretutto sono momenti anche per far conoscere la propria associazione, i servizi per i caregiver. Anche questo è volontariato!”.

In ogni parola che Gabriella ci dona torna spessissimo il concetto di Casa che per lei non è mai “appartamento”, appartarsi, isolarsi, ma luogo di accoglienza. Allora le chiedo cosa in questi cinquanta anni di volontariato ha portato a casa di importante e cosa, da casa, ha tenuto vicino il cuore per superare le inevitabili difficoltà: “Negli anni ’90 l’AIDS ce li metteva sottoterra a due a due al mese. Un periodo durissimo, volevo mollare. Un periodo che però un ragazzo malato ci ha aiutato a superare ricordandoci sì che lui stava morendo, ma stava morendo da uomo, grazie a noi, con la dignità che gli avevamo ridato. Ce l’ho presente come se fosse successo ieri. Invece la forza che mi porto da casa l’ho utilizzata quando è successa una tragedia: uno dei nostri ragazzi che mi citofona, io che però avevo un nipote a scuola da andare urgentemente a prendere perché non stava bene, chiedo al ragazzo di aspettare e quando sono tornata non c’era più e si era andato a impiccare. So che non è colpa mia, ma sapete la mente, i pensieri: io potevo tardare, potevo ascoltarlo, potevo portarlo con me a prendere mio nipote. Lì ho attinto dalla mia famiglia, mi sono stati di grande aiuto!”.

E in tutto questo correre Gabriella ha un sogno?Il mio sogno è quello di poter trovare un altro prete di frontiera, come quello che avevamo. Capiamoci, lo spirito degli inizi è vivo in noi volontari, abbiamo operatori validissimi, abbiamo progetti, strutture che funzionano, ma abbiamo bisogno di figure che ci guidino nel rischio, oltre ogni frontiera per fare nuove le persone. Il mio sogno è quello. Ho paura che sia un’utopia, ma non voglio pensarlo. Finché posso ci proverò!”.

Gabriella non sa che un prete di frontiera non serve più e che il suo sogno è già qui: lei in venti minuti di chiacchierata mi ha dimostrato di avere la forza per superare frontiere, cambiare paradigmi, saper guidare e con-movēre anche un giornalista scettico come me. Non gliel’ho detto. Sono scettico e purtroppo anche timido. Grazie Gabriella.

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