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Volontariato

Iolanda, la senior volontaria dei podcast

Il volontariato all’estero è ormai parte integrante delle opzioni disponibili per chi vuole fare del bene oggi. C’è chi, soprattutto in gioventù, lo sceglie intrecciandolo al proprio percorso di studi o alle proprie ferie estive. E poi c’è chi nel corso della vita non lo progetta, ma semplicemente ci si trova dentro e decide d’agire la solidarietà.

La storia che incontriamo oggi passa anche per questa avvincente modalità “lontana e altrove”. Ce la racconta Iolanda Gentile, 74 anni, napoletana di nascita e padovana di adozione, Presidente di Associazione VADA – Volontari Amici degli Anziani, realtà operante in seno a Fondazione OIC, attiva prettamente in residenze sanitarie assistenziali.

“Sono stata per circa quaranta anni insegnante di Lettere nella scuola superiore di secondo grado. Per il lavoro di mio marito ho però girato il mondo. Lui era ufficiale dell’esercito italiano, impegnato in missioni per le Nazioni Unite, con il compito di raccordo tra l’Organizzazione e i governi locali. Siamo stati in Medioriente, in Africa, ogni paese abitudini culturali, ma non solo, diverse che però a ben vedere lasciavano trasparire che l’Uomo è uguale a qualunque latitudine, longitudine, sotto qualsiasi religione o governo.

È stata un’esperienza veramente molto appagante e che mi ha convinto sempre più che la relazione umana è la chiave di volta per qualunque cosa. Il primo stimolo al darmi da fare in quelle terre fu la mia caparbia volontà di cercare il bene ovunque io fossi. Senza imporre la mia volontà, cercavo di scoprire quale fosse il buono in quelle latitudini.

Al Cairo, quando arrivammo, ci fu spiegato che il governo non ci avrebbe permesso grandi margini d’azione, ma che il bene poteva essere fatto nonostante questa limitazione. Tramite la chiesa locale ho così aiutato famiglie indigenti, senza espormi in prima persona, come è un po’ poi lo stile del volontariato, senza accendere fari su di sé. In Iran, addirittura, è andata anche meglio che in paesi più liberi: sono riuscita a insegnare, da volontaria, all’Università, chiamata dal direttore del Compartimento della Lingua Italiana”.

E come la ritroviamo oggi al servizio degli anziani delle RSA di Padova? “Che sia volontariato o che sia la tua professione, che sia in Italia o all’estero, la differenza la fa la voglia di creare relazione. Quando sono andata in pensione non potevo stare ferma, mi sono guardata attorno e mi sono chiesta in quale settore volessi spendere l’ultima parte della mia vita. Con i giovani avevo lavorato, avevo lavorato anche con i meno giovani, al serale, anni bellissimi, ho deciso quindi di occuparmi degli anziani”.

Ma non si è sentita persa nel passaggio dalla vita lavorativa, oltretutto così avventurosa, a quella da pensionata? “Ti senti persa quando vai in pensione se durante la tua vita precedente hai impiegato tutto il tempo o solo per la famiglia o solo per il lavoro. Oltretutto può capitare che quando esci dal circuito lavorativo non ti cerchi più nessuno dei tuoi colleghi o colleghe. Io ero a Padova, città oltretutto non mia, amici lontani, certo avevo creato delle connessioni, delle relazioni, ma non potevano bastare. Le amicizie ti fanno stare bene, ma io volevo fare del bene”.

Certo che non deve essere stato facile operare in questi ultimi anni nei luoghi dove la Pandemia ha mietuto più vittime? “Già. Pensi un po’: Il 22 febbraio del 2020 eravamo all’Orto Botanico di Padova per l’inaugurazione di un tavolo di lavoro che si era creato e al quale avremmo partecipato… dopo due giorni le residenze RSA vengono chiuse. Un momento di panico. Noi volontari non sapevamo più come fare.

Abbiamo così attuato una riconversione imparando a operare da remoto, imparando ad esempio come fare un podcast, una cosa che non mi sarei mai aspettata in vita mia. Abbiamo così creato degli audio-contenuti digitali a tema musicale, realizzati grazie a una nostra ex tirocinante che suona l’arpa e altri con come soggetto semplici audioracconti. I podcast musicali sono da subito arrivati alle persone classificate in minima coscienza e continuano a essere trasmessi ancora oggi. Abbiamo prodotto poi più di 350 audio racconti, ovviamente a testo breve e che ora circolano nelle RSA di tutto il Veneto”.

Sembra un impegno pesante da portare avanti, non si rischia di mandare in cortocircuito la propria vita famigliare? “Il buon senso mi ha aiutato a cercare la mediazione tra il bene che voglio fare agli altri e il bene che devo, ripeto devo, assicurare in famiglia. Dopo aver assicurato il benessere in famiglia io posso dedicarmi al bene fuori. A me 13 anni fa fu chiesto di assumere la presidenza della mia associazione, ma avevo problemi serissimi in famiglia e declinai, pur rimanendo volontaria. Dopo tre anni, quando fui più tranquilla, me lo richiesero e accettai. Si trovano compromessi, ovviamente, ma l’equilibrio dello spendersi per la famiglia e nel volontariato va vagliato attentamente, con delicatezza, mai a priori”.

Ma un volontario senior cosa gli viene in tasca a spendere il proprio tempo al fianco non di persone giovani, ma addirittura in una RSA? “Si imparano cose anche qui, sa? È un confronto generativo perché tutti siamo unici. Quello che un anziano mi dice in una RSA è sicuramente qualcosa di diverso da ciò che io già so. Poi ovvio che incontri anche persone che sono presenti fisicamente, ma assenti con la psiche. Ma anche lì agiamo l’ascolto. Anche se ti raccontano le stesse identiche cose, ti accorgerai che magari lo faranno cambiando il tono o l’espressione del viso. Quindi l’ascolto, oltre la relazione, è la seconda parola magica. Un elemento che nella nostra società “del fare” è sempre meno presente. Vicinanza e ascolto, questo solo spetta al volontario”.

In un mondo ancora devastato da una perdurante Pandemia, la speranza si può portare anche con vicinanza e ascolto? “La speranza nel futuro c’è, se si continua a fare le cose insieme. Dobbiamo guardare al futuro privilegiando il presente. E qui dobbiamo vivere il presente, bene. Solo in questo modo riusciamo a vedere il futuro. La modalità migliore per sopravvivere a questo presente problematico è cercare il contatto con l’altro, perché solo confrontandosi con l’altro, insieme, si trovano soluzioni a questioni che pensiamo irrisolvibili”.

Ma non si stanca mai d’essere così positiva?  “No. La vita va vissuta, non bisogna farsela scivolare addosso”.

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