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Previdenza e condizioni economiche

Pensioni e inflazione: un legame complesso

Come è noto, il 2022 è stato caratterizzato, per diverse ragioni, sostanzialmente riconducibili al contesto bellico e alla crescita dei prezzi dei beni energetici, da un forte aumento dei prezzi al consumo.

Istat ha calcolato, per il 2022, un tasso di inflazione medio pari all’8,1%: si tratta della crescita più ampia registrata dal 1985 a questa parte.

Una simile impennata ha naturalmente forti impatti sul potere d’acquisto dei cittadini e incrementa il rischio di fragilità e vulnerabilità. Fiammate inflazionistiche possono avere effetti dirompenti anche e in particolare sulle nostre pensioni.

Che effetto può avere, sui nostri corsi di vita, sui progetti, sul nostro futuro, quella che di fatto è una silenziosa perdita di risorse economiche?

Se si ritiene che un lavoratore autonomo possa adeguare le proprie tariffe, e un lavoratore dipendente sia protetto dalla contrattazione collettiva, un simile meccanismo non esiste, per così dire “in natura”, per chi percepisce redditi da pensione. La soluzione qui è normativa.

Ricordiamo, prima di tutto, che durante la fase di accumulo[1], i montanti contributivi vengono rivalutati in funzione della crescita nominale del PIL, ma che una crescita effettiva si ha solo in presenza di crescita reale del PIL.

La protezione dei redditi pensionistici[2] si sostanzia invece nell’adeguamento, in fase di erogazione, all’inflazione, che si basa (ad oggi) su una rivalutazione[3] a scaglioni finalizzata a garantire il recupero dell’intero tasso di inflazione per le pensioni più basse, tutelandone i percettori dal rischio di caduta in povertà. La rivalutazione si applica non alla singola prestazione INPS ma al reddito complessivo derivante dal cumulo dei trattamenti erogati dall’Istituto a ciascun cittadino.

Come funzionano questi scaglioni?

La legge di Bilancio 2023 ha introdotto un sistema di rivalutazione più complesso e restrittivo rispetto al precedente, aumentando il numero delle fasce da valutare.

Gli assegni pensionistici fino a 4 volte il trattamento minimo (2.102 euro lordi mensili) si rivalutano ad un tasso pari al 100% dell’inflazione, quelli tra 4 e 5 volte (tra 2.102 e 2.627 euro) all’85%, quelli tra 5 e 6 volte (tra 2627 e 3.153 euro) al 53%, quelli tra 6 e 8 volte (tra 3.153 e 4.203 euro) al 47%, quelli da 8 a 10 volte (tra 4.203 e 5.254 euro) al 37% e al 32% quelli oltre 10 volte il minimo (5.254 euro).

Pensione lorda mensile Fino a 2.102 euro tra 2.102 e 2.627 euro tra 2627 e 3.153 euro tra 3.153 e 4.203 euro tra 4.203 e 5.254 euro Oltre 5.254 euro
Pensione netta mensile Fino a 1.610 euro Tra 1.610 e 1.925 euro Tra 1.925 e 2.235 euro Tra 2.235 e 2.855 euro Tra 2.855 e 3.420 euro Oltre 3.420 euro
Inflazione recuperata 100% 85% 53% 47% 37% 32%

 

Chi riceve una prestazione inferiore al trattamento minimo (nel 2022, pari 525,38 euro mensili), oltre a recuperare il 100% dell’inflazione, godrà poi di una ulteriore rivalutazione dell’1,5% nel 2023 (6,4% se over 75) e del 2,7% nel 2024. L’intento è qui tutelare le fasce più fragili dei percettori di pensione, che possono contare su entrate molto esigue.

Come si vede dalla tabella riportata, recuperano l’intera inflazione le pensioni fino a circa 1.600 euro netti: ricorrendo agli ultimi dati INPS si tratta di circa l’85%[4] dei trattamenti pensionistici, e il 75% dei redditi pensionistici ottenuti cumulando le diverse prestazioni a beneficio di una medesima persona.

Perdono invece quote di potere d’acquisto i titolari di pensioni più elevate. Si tratta ad ogni modo di una protezione sociale presente: per avere un riferimento, è utile paragonare il dato a quello relativo all’andamento dei salari, che descrive l’Italia come l’unico paese OCSE in cui i salari reali sono diminuiti tra il 1990 e il 2020, del 2,9%[5], o, citando i dati dell’Organizzazione internazionale del lavoro, del 12%[6] tra il 2008 e il 2022.

Veniamo alla stretta attualità: l’INPS comunica di aver provveduto a rivalutare dal primo gennaio, nella misura del 100% dell’inflazione, i trattamenti pensionistici inferiori, nel 2022, a quattro volte il trattamento minimo, ossia 2.101,52 euro lordi. Le modifiche normative hanno generato invece l’esigenza di posticipare le rivalutazioni degli assegni superiori a questa soglia, per evitare errori di calcolo. Queste rivalutazioni avverranno, si apprende da una nota INPS, a marzo; tuttavia, nel mese di marzo saranno posti in pagamento anche gli arretrati riferiti ai mesi di gennaio e febbraio 2023, che non andranno quindi persi.

In un simile dibattito le componenti da tenere a mente sono certamente due: da un lato l’esigenza di tutelare il tenore di vita di chi percepisce pensioni, che ha desiderio e necessità di non vedere calare le proprie possibilità, o addirittura di non impoverirsi in presenza di inflazione elevata. Dall’altro, il costo della misura sul bilancio dello stato, a carico dei contribuenti, particolarmente elevato con un valore di inflazione alto.

Parlare di pensioni, però, non significa solamente parlare di numeri, dati e statistiche. La vita pensionistica è un viaggio, e va pianificata con cura, facendoci accompagnare professionalmente, usando strumenti di pianificazione ed educazione finanziaria, per gestire i momenti di incertezza e i cambiamenti che inevitabilmente avvengono. Conoscere la nostra situazione, darci degli obiettivi e riuscire a risparmiare di più e meglio ci aiuta a liberare risorse per proteggerci da ogni imprevisto, a darci consapevolezza e a costruire benessere.

Foto Kampus Production da Pexels

[1] Dedicandoci qui essenzialmente all’ormai prevalente sistema contributivo

[2] La rivalutazione si applica non soltanto alle prestazioni previdenziali, ma ad ogni tipo di pensione previdenziale o assistenziale erogata dall’INPS

[3] La percentuale provvisoriamente utilizzata per il calcolo dell’adeguamento delle pensioni per il 2022 è pari al 7,3%.

[4] Elaborazioni su “Statistiche in breve” INPS, ottobre 2022

[5] Dati Ocse

[6] Global Wage Report 2022-23

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