Non siamo isole, ma continenti

“Nessun uomo è un’isola”, diceva il poeta inglese John Donne. Eppure, pare che lo stiamo diventando. La solitudine sta divenendo un problema diffuso, tanto che in molti ambienti si comincia a parlare di epidemia contemporanea.

Oggi in Italia un terzo dei nuclei familiari è composto da una persona soltanto; tra questi, circa la metà è over 65.  Il diffondersi della famiglia unipersonale è il risultato di una combinazione di fattori: tra questi, il ritardo dell’età al primo matrimonio, l’aumento di divorzi e separazioni e la straordinaria longevità, che rende la vecchiaia un tempo di vita sempre più lungo e spesso vissuto in solitudine.

L’ “emergenza solitudine” non è però legata unicamente al mutamento della composizione familiare. Nel suo libro “La solitudine” Mattia Ferraresi ci ricorda che moltissimi italiani (circa 3 milioni) dichiarano di non avere una rete stabile di amici, di non avere confidenti o persone a cui rivolgersi in caso di bisogno, anche economico.

Le motivazioni di questo isolamento sociale sono profonde: siamo innanzitutto orfani del senso di comunità: il progressivo sgretolarsi del senso di appartenenza a comunità orientate ad uno scopo comune (come le parrocchie o i circoli politici) ci rende tutti un po’ più soli ed impauriti. Assistiamo inoltre al diffondersi della cultura dell’individualismo che vede l’io stravincere sul noi, all’espandersi delle tecnologie “social” che sostituiscono interazioni profonde con altre ben più superficiali, e alla precarizzazione/flessibilità del lavoro che infragilisce i legami sociali anche sul luogo di lavoro.

La solitudine non riguarda solo noi italiani, ma l’intero mondo contemporaneo, dall’occidente all’oriente, dal Giappone agli Stati Uniti. Politici, economisti, psicologi, sociologi di tutto il mondo stanno cercando soluzioni a questo male silenzioso. Il Regno Unito è in tal senso uno dei principali laboratori in cui si stanno sperimentando la maggior parte delle iniziative a contrasto delle solitudini (si va dalla costituzione del Ministero della Solitudine, alla creazione di programmi intergenerazionali che mettono in contatto giovani e meno giovani, alla trasformazione dei postini in controllori del livello di solitudine, e molto altro ancora…).

Qualche consiglio per non lasciarsi sopraffare dalla solitudine in tarda età e gestire in maniera oculata la propria economia personale.

Scendiamo ora con il nostro drone e vediamo qualche consiglio per non lasciarsi sopraffare dalla solitudine in tarda età e gestire in maniera oculata la propria economia personale.

Innanzitutto ciascuno di noi dovrebbe avere piena padronanza del proprio conto economico ed essere dunque sempre aggiornato su ciò che entra (pensione, rendite, ecc.) e ciò che esce mensilmente (affitto, bollette, spesa). Se siamo soli e non abbiamo nessuno che ci aiuti a “tenere a mente” scadenze e importi, può essere utile impostare degli automatismi (ad esempio per il pagamento delle bollette o degli impegni assicurativi) che ci permettano di evitare dimenticanze e ritardi.

Dovremmo però, innanzitutto, trovare alleati, ossia reti di protezione umane che ci aiutino a destreggiarci nelle nostre necessità presenti e future. Queste reti potrebbero comprendere, a titolo di esempio, il nostro referente bancario, l’agente di assicurazioni, il commercialista, il patronato di zona, un educatore finanziario del terzo settore o chiunque possa provare interesse per la nostra stabilità economica.

Essere soli, infatti, non significa solo vivere da soli ma aver perso la fiducia in coloro che possono aiutarci e quindi rifugiarsi nelle non scelte e in convinzioni comode ma di scarsa sostenibilità.

Dovremmo, esagerando ma non molto, selezionare i nostri “supporter” finanziari non solo per le competenze tecniche e di metodo ma anche per la “gentilezza” e l’affidabilità, per la capacità di vederci come persone portatrici di bisogni e obiettivi importanti.

Il nostro operatore finanziario non si fa trovare quando serve? Cambiamolo con uno più attento o disponibile. Abbiamo la sensazione che il nostro referente ci consideri un numero e non un cliente che ha il diritto di essere ascoltato? Rappresentiamo la cosa, e se l’approccio non viene modificato cerchiamo qualcuno che sia più attento. E se il nostro operatore di fiducia va in pensione chiediamogli se è disponibile a darci una seconda opinione in caso di incertezze.

Evitiamo, soprattutto, chi ci giudica invece di allenarci a fare i conti con le sfide economiche legate alla nostra età. Collaboriamo con chi sa “spezzare il pane insieme a noi” e diffidiamo di chi evita, giustificando la scarsità di tempo, di esserci davvero utile.

I temi finanziari richiedono presenza, e questo implica affidabilità e reperibilità. In fondo, in una vita le commissioni pagate ai propri operatori o i contributi versati alle assistenze e alle previdenze pubbliche, assieme alle imposte sul reddito, servono per avere in cambio servizi utili, e non solo prodotti.

In questo quadro, e senza eccedere in banalizzazioni, tenere in conto le relazioni consente di compensare l’asimmetria che spesso si stabilisce tra una tecnologia digitale ed un utente.

Questo non implica sovrappesare la fiducia o assecondare operatori superficiali perché simpatici ma stigmatizzare quei comportamenti freddi e impersonali dietro ai quali si può nascondere la mancanza di rispetto per la seniority, ritenuta quasi una categoria svantaggiata. Valutiamo quindi se le persone con le quali parliamo ci ascoltano e tengono in debita attenzione le nostre indicazioni, ma anche le nostre riluttanze o titubanze. Inoltre, cosa essenziale, non scegliamo o firmiamo cose che non capiamo. Se un contratto o un modulo non sono chiari, la responsabilità è di chi li ha scritti, e non dell’utente finale.

Infine, privilegiamo operatori-educatori, che vogliano aiutarci a capire e portarci a bordo delle scelte cruciali per la nostra economia, senza guidare le decisioni in base a opinioni personali.

Un ultimo consiglio, al di là dell’economia personale, è quello di non sottrarci allo stare insieme, di non isolarci, ma di recuperare quel senso di comunità che appartiene a noi “animali sociali” … partecipiamo ad attività di gruppo, manteniamoci attivi imparando ad esempio una nuova lingua o partecipando a corsi che possano aiutarci a mantenerci in forma, utilizziamo la tecnologia per connetterci e affrontare apertamente la solitudine. Non siamo isole, ma continenti.

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Foto di Kampus Production da Pexels

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Francesca Bertè è Partner Progetica e vicepresidente di eQwa. Svolge attività di ricerca su fenomeni sociodemografici, modelli di welfare e politiche sociali, con focus sul corso di vita delle famiglie e sulla riduzione delle disuguaglianze economiche. Docente e relatrice in percorsi formativi, convegni ed eventi pubblici sul tema della pianificazione ed educazione finanziaria, è coautrice del saggio "Felicità cercasi" (2020) e "Fiducia sostantivo plurale" (2022), editi da Egea.

Sergio Sorgi è fondatore di Progetica e Presidente di eQwa, Impresa Sociale. E’ autore e coautore di diversi testi tra i quali "Il futuro che (non) c'è - Costruire un domani migliore con la demografia", “Felicità cercasi”, “Fiducia – Sostantivo plurale” e “Il Tempo del Benessere”. Tra le varie esperienze, ha coordinato il comitato di indirizzo di “milano2046”, è stato Segretario Generale dell’Associazione “Mappa Celeste – Forum per il Futuro”, project leader della Prassi di Riferimento UNI 103 sul Welfare Aziendale e membro del Comitato di Indirizzo e del Comitato Scientifico della Fondazione Welfare Ambrosiano.

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