Camminare per trovare se stessi

Intervista ad Emanuele Schmidt, già Presidente di una società di consulenza, oggi in pensione e amante dei cammini.

La pensione e la libertà di sperimentare nuove strade.

Emanuele Schmidt

Quando hai deciso che “la tua prima vita” era finita e cosa esattamente era finito?

L’intuizione l’ho avuta al ritorno dal primo giro delle Alpi. Dopo quasi 4 mesi di lontananza sono tornato al lavoro … e mi annoiavo, non mi sembrava ci fosse più nulla da scoprire.

Per fare il salto, però, volevo essere completamente libero. Dovevano verificarsi tre condizioni: i figli grandi, non avere più impegni di cura verso i genitori, una giusta sicurezza economica per gli anni a venire.

In effetti non sapevo cosa avrei fatto. Era l’anno del COVID ed ero troppo impegnato per guardare oltre. Avevo comunque la certezza che, una volta liberato dal lavoro, il mio tempo si sarebbe riempito di qualcos’altro. Ma era necessario sbilanciarsi in avanti e togliersi la possibilità di tornare indietro. Così ho compiuto alcuni atti formali che hanno ufficializzato il distacco.

E improvvisamente è sparito tutto: le richieste, l’agenda piena, le call infinite.

Quello che più mi ha colpito è la velocità con cui sono stato dimenticato. Quando ho scritto sui social che smettevo di lavorare ho ricevuto molti commenti, alcuni commoventi. Ma diverse persone con cui avevo lavorato per anni e con cui ritenevo di aver costruito una relazione forte anche sul piano umano, non mi hanno risposto. E questo mi ha colpito. Nel momento in cui smetti di definirti per il lavoro che fai e non sei più utile alle persone con cui hai costruito un mondo, non sei più nessuno.

Cosa fai oggi?

Tre cose: studio, passo più tempo con gli amici e cammino.

Studiare è la cosa veramente inaspettata. Ho cominciato a frequentare un corso universitario su un tema per me di grande interesse e ci ho preso gusto. Ho fatto anche l’esame. E poi ho continuato con altri corsi. Mi piace molto. Mi sono costruito un piano di studi su misura. Sono affascinato dall’idea di approfondire la storia della scienza, come si è evoluto il pensiero umano sul mondo e su noi stessi.

Poi dedico tempo a stare con persone a cui voglio bene. Sul lavoro le relazioni ruotavano intorno all’utilità e al valore reciproco dello scambio, funzionava e andava bene così. Con gli amici è diverso. I miei cammini, per esempio, li ho cominciati da solo perché mi piace stare con me stesso, ma ora compaiono spesso altre persone. Fanno qualche giorno con me e poi tornano alle loro faccende. Condividiamo momenti piacevoli e gratuiti, finalizzati a nulla. Non sono un servizio, non cambiano il mondo. Momenti inutili di qualità.

Ma soprattutto cammino: due volte il giro delle Alpi, poco più di tre mesi di cammino ciascuno, i Pirenei, le Highlands …

Perché cammini così lunghi?

I benefici delle uscite brevi, da weekend, sono noti, sono una pausa salutare in una vita che non cambia. I cammini di almeno due settimane, invece, sono proprio un’altra vita.

È un’esperienza a cui partecipa tutto il corpo: i sensi, i muscoli, i polmoni … la mente c’è, naturalmente, ma il protagonista è il corpo.

Sei totalmente dentro l’esperienza. Di un posto ricordi quello che hai visto ma anche il profumo, il caldo, il rumore del vento, le persone che hai incontrato. Ciascuna percezione è un riferimento che ti richiama la geografia e il cammino fatto e si trasforma in una mappa interna di sensazioni e apprendimenti.

Ma soprattutto, direi, camminando a lungo scopri che la vita che fai abitualmente è solo una delle tante possibili. È la prova che potenzialmente, se ti dai il tempo e la continuità necessari, puoi cambiare qualsiasi cosa senza necessariamente convincere prima la testa che spesso ti evidenzia soprattutto gli ostacoli.

Io lavoravo molto, con una frammentazione del tempo e una pressione elevata. Camminando sperimenti una situazione completamente diversa: senza scadenze, senza pressioni, senza confronti o giudizi, e a poco a poco cambi prospettiva.

Parliamo del futuro, che programmi hai?

Sicuramente continuerò a camminare, Patagonia Ande e Nepal, e a studiare. E poi vedrò quello che verrà. Piani e programmi sono serviti per concludere bene la mia prima vita, ora voglio sperimentare la libertà senza un piano definito e darmi il tempo per esplorare quello che capiterà.

Che rapporto hai con la morte?

Arriverà, ma non sono spaventato, almeno per ora, forse perché non la penso imminente. Non so come reagirei se mi dicessero che ho un tumore e tre mesi di vita. La cosa che mi spaventa è perdere coscienza e controllo, diventare un’ameba, questo me lo vorrei evitare.

E i rimpianti?

Non sul lavoro. Certo ho fatto degli errori, qualche volta mi è mancato il coraggio, ma non sono queste le cose per cui soffro.

Ho dei rimpianti legati agli affetti. Non mi sono impegnato fino in fondo in alcune relazioni abbandonando il campo. Ma mi perdono. È andata così e non posso tornare indietro e ricostruire.

Credi in qualcosa che va oltre all’esperienza terrena?

No. Proprio no. La vita è un ciclo, si nasce e si muore e non c’è nient’altro.

Vuoi leggere le precedenti interviste della sezione Spiritualità? Leggi qui

Giro delle Alpi. Perché camminare 92 giorni da Muggia a Ventimiglia

Condividi questo articolo

Psicologo. Dopo più di 40 anni di lavoro nelle organizzazioni ha deciso di dedicare il suo tempo alla famiglia e allo studio delle religioni e della spiritualità nel mondo.

Lascia un commento