La guerra del Vietnam – Turning Point

Docuserie in 4 puntate di Brian Knappenberger su Netflix.

Avevamo già proposto un documentario della stessa serie sulla bomba atomica e sulla guerra fredda, diretto dallo stesso ottimo regista.

Le guerre che ci circondano sono difficili da capire. In primis abbiamo solo le versioni ufficiali delle parti in causa. I giornalisti sono banditi e gli spezzoni rubati con i cellulari sono parziali. Inoltre, seguendole giorno dopo giorno, manca una prospettiva storica.

Allora per che ragione occuparci della guerra del Vietnam? Perché è abbastanza lontana e abbastanza vicina a noi. Perché sono stati aperti i dossier segreti: ci sono le registrazioni audio delle conversazioni private dei presidenti americani e di Henry Kissinger. E poi testimoni senior,  sia vietnamiti sia reduci americani, accettano di essere intervistati, rievocando un dolore mai sopito.

E possiamo rivedere con calma registrazioni video originali. Allora ci mancavano tante informazioni e, adolescenti o giovani, eravamo coinvolti dal nostro personale futuro. Avevamo solo chiaro che gli Stati Uniti stavano mettendo il naso dove non dovevano. E poi tutte le guerre si assomigliano (anche quelle di oggi), tra le bugie dei “Masters of war” (Bob Dylan) e le incertezze di chi era sul campo. Curioso: i soldati americani cantavano “Where have all the flowers gone?” Proprio come noi dall’altra parte del globo. E non è di certo una canzone che inneggia alla guerra, a testimoniare la riluttanza dei combattenti.

Quella del Vietnam è una guerra in cui hanno perso tutti. Gli Stati Uniti ne sono usciti umiliati. Ma hanno anche avuto in carico i veterani da curare per la sindrome post traumatica da stress. I vietnamiti hanno continuato a combattere in una feroce guerra civile.

Il documentario non fa sconti sulla durezza delle immagini e sulla evidente assurdità della situazione. Un soldato americano di colore ricorda che a casa c’era l’apartheid e lo chiamavano “negro” mentre nessun vietnamita lo definiva con termini razzisti. E quindi si chiedeva perché dovesse odiarlo e ucciderlo.

La storia letta su un libro ha un impatto emotivo che dipende dallo stile di chi la racconta. La storia seguita per immagini ha un impatto più violento, perché da spettatori non possiamo evitare di sentirci immischiati nel rumore, nelle paludi, nella polvere, nei villaggi in fiamme, nelle esplosioni e negli sguardi dei protagonisti. Certo abbiamo visto tutti “Apocalypse now”. Ma la fiction è fiction, un documentario è ben altra cosa.

Allora è chiaro che questo video non è un intrattenimento ma è piuttosto un pugno nello stomaco per chi desidera conoscere la verità sulle guerre passate, presenti e future.

Certo che ora si usano i droni. Ma forse in questo modo la guerra ha un aspetto più immorale. Si uccide senza correre rischi. Insomma, come non ripensare alla lotta tra Paride e Menelao, a rappresentare le due parti che si contendevano la vittoria. Una guerra pulita nel confronto con le nostre guerre sempre più sporche e che uccidono comunque ma in modo sempre più sottile e ipocrita.

Vuoi vedere il trailer del documentario? Clicca qui

Le foto qui riprodotte sono spezzoni tratti dal trailer Netflix del documentario.

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Wally Festini Harris è nata e vive a Milano. Già psicoterapeuta e professore universitario, ora si dedica alla scrittura. E' autrice, tra gli altri, dei saggi, "Ricomincio da 50" (2009) e "Ricomincio da 60" (2015).

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