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Previdenza e condizioni economiche

Andare in pensione prima conviene veramente ?

Era il 2013 quando il ministro giapponese dell’economia, Akira Amari, lanciò una proposta sconvolgente per controbilanciare l’invecchiamento della popolazione e salvare il sistema previdenziale dal crollo: una società in cui si rimane attivi per tutta la vita. In poche parole, niente più pensione. Un’idea mai resa azione, per fortuna, ma che generò molto scalpore.

Il dibattito sulla ricerca di un equilibrio tra entrate ed uscite previdenziale è un tema diffuso che preoccupa molti Paesi, ed anche il nostro.

Nel 2012 la Commissione Europea apriva il “Libro Bianco – Un’agenda dedicata a pensioni adeguate, sicure e sostenibili” con queste parole: “se uomini e donne, che vivono più a lungo, non restano anche in attività più a lungo e non risparmiano in misura maggiore per la pensione, l’adeguatezza delle pensioni non potrà essere garantita: l’aumento previsto delle spese si rivelerà, infatti, insostenibile”.

Sono passati pochi anni dalla pubblicazione di quel testo ed oggi in Italia si sta pensando di seguire una via ben diversa: far andare in pensione prima molti lavoratori (nonostante l’aumento della speranza di vita); ridurre l’adeguatezza delle pensioni, perché andare prima in pensione significa avere un assegno più basso; convincere, senza incentivare, i cittadini a risparmiare di più in vista del ritiro dal lavoro per avere risorse sufficienti; privilegiare il presente al futuro, minando la sostenibilità del sistema pensionistico.

Quota 100 è l’ultima novità pensionistica che permette di anticipare l’età pensionabile. Per averne diritto occorre aver maturato almeno 38 anni di contributi previdenziali e aver raggiunto un’età minima di 62 anni (da qui 38+62=100). Introdotta con la Legge di Bilancio per il 2019, la misura dovrebbe interessare circa 400.000 lavoratori, i quali potranno scegliere se andare in pensione prima con questa misura o se attendere il raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia o per quella anticipata.

Questa misura, certamente allettante, va però valutata con attenzione. Dal 2011 la nostra pensione si calcola, in tutto o in parte, con il metodo di calcolo contributivo, il cui funzionamento è molto semplice: i contributi che vengono versati nel corso della propria vita lavorativa, rivalutati in base all’andamento del PIL, formano il cosiddetto montante. Al raggiungimento dell’età pensionabile il montante viene diviso per il numero di anni che il neo pensionato, a quell’età e secondo l’Istat, si attende statisticamente di vivere. Va da sé che chi sceglierà di anticipare l’entrata in pensione, rinuncerà ad una buona parte dell’assegno previdenziale perché lascerà il lavoro prima, versando meno contributi e non beneficerà della rivalutazione di questi contributi al Pil. Inoltre, avendo una attesa di vita più lunga, vedrà ulteriormente ridursi l’importo dell’assegno, perché dovrà durare per più anni.

Certo, cominciare a ricevere con buon anticipo la propria pensione è un’opportunità, soprattutto per tutti quei senior che si trovano in uno stato di precarietà per via di interruzioni lavorative involontarie e che vivono nella terra di mezzo del “troppo giovane per andare in pensione, ma troppo vecchio per un nuovo lavoro”. Per tutti loro andrebbe, però, fatto un ragionamento ben più ampio e consistente.

Al di là delle valutazioni individuali, viene quindi da domandarsi se davvero valga la pena di peggiorare le prospettive future di tutti in nome di un abbassamento generale dell’età pensionabile che, in relazione ai requisiti, alla fine premierebbe chi ha carriere stabili e lunghe (e quindi, per lo più uomini e lavoratori dipendenti).

Perché, invece, non investire risorse in ciò che crea occupazione, lavoro e incentiva la natalità? Lavorare di più significa versare maggiori contributi per sé e per la collettività, ma significa anche sostenere il PIL, che determina il valore delle nostre pensioni; significa dare ai lavoratori la possibilità di accantonare denaro per il futuro e alle mamme maggiori possibilità di conciliare maternità e lavoro.

Significa, in sintesi, contribuire allo sviluppo del benessere individuale e collettivo.

1 Commento

  • Sono contenta che qualcuno accenna alle situazioni simili alla mia: “troppo vecchi x un nuovo lavoro e troppo giovani per la pensione”. Sono una ex p.iva (non ancora chiusa perché non riesco a vendere il locale da ben 4 anni !!!) 64 anni compiuti, divorziata e nello stesso tempo vedova. Lavoro, nonostante la mia buona volontà, non ne trovo. Troppo giovane appunto x andare in pensione. Ho 32 anni di contributi. Nessun sostegno sociale perché essendo autonoma sono figlia di un Dio minore… quindi ? Mi spiace non mi suicido perché farei un ulteriore favore a lor signori ! E poi non avrei il coraggio… amo la vita, ma quella che mi si presenta è una catastrofe. Ho sempre lavorato con passione, cresciuto 2 figli con amore, accudito mia madre invalida e sofferto la morte prematura del padre dei miei figli. Ora sono trasparente per la società…….dimenticavo, ho venduto la casa per pagare banche e fornitori, non ho più nulla . Ci sarà qualcuno che mi aiuterà? Da come vanno le cose temo di no… per ora per fortuna vivo con la pensione di mio papà di 91 anni, ma poi quando non ci sarà più ??…

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