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Volontariato

Isabella volontaria informatica senza frontiere

Hanno voglia di mettersi in gioco, sono meno inclini rispetto ai giovani a diventarne schiavi e molti di loro, contrariamente a quanto si pensi, in esso già godono di piena cittadinanza. No, non parliamo di green card, di documenti, di confini, ma del Mondo Digitale e dei suoi abitanti over 60.

Ho raccolto queste indicazioni nel mio giro a spasso per l’Italia dei volontari senior, più precisamente facendo tappa a Padova dove ho incontrato Isabella che, oltre a essere volontaria, è referente nazionale formazione per l’associazione Informatici Senza Frontiere. L’associazione dal 2005 promuove un nuovo uso della tecnologia sempre più intelligente, sostenibile e solidale, e mette a disposizione il tempo e le competenze per realizzare progetti non profit, privilegiando contesti di emarginazione, difficoltà ed emergenza, in Italia e nei Paesi in via di sviluppo.

Isabella ha 62 anni, è in pensione ed è proprio lontanissima dal cliché di chi si ritira dal mondo del lavoro per scaldare il divano: “Provengo dal settore informatico, in parte come professionista in parte come manager di una grossa multinazionale. Il mio mestiere mi ha portata in diversi paesi europei e mi ha permesso di conoscere culture diverse. Per me le giornate di lavoro erano minimo di dodici ore e i miei amici mi hanno sempre definita una workaholics… oggi però sono in quello che io chiamo “capitolo 3 della vita” che può essere bellissimo, purché vissuto attivamente!”.

La scelta di aderire al progetto Informatici Senza Frontiere è sì una restituzione, ma ci racconta essere frutto della lettura di un problema sempre più importante che affligge la nostra società: “Nel volontariato credo che uno debba restituire e fare ciò che sa fare. Inoltre, grazie al mio know how, è stato semplice accorgermi della barriera digitale che si sta sollevando tra classi sociali: segmenti di società che sono letteralmente tagliati fuori. Non avere Tecnologia e competenze specifiche significa non accedere al Lavoro, alla Salute, alla sopravvivenza. Impegnarmi in prima persona, condividere il mio bagaglio esperienziale per cercare di ridurre il digital divide, a me è sembrato un passo facile e dovuto”.

E la sua associazione aiuta veramente tutti, in Italia come nel mondo. Si passa dai richiedenti asilo: “li aiutiamo a fare “il primo miglio” per entrare nel mondo produttivo”, ai carcerati con progetti di riciclo e riuso di materiale informatico, agli studenti in DAD. ISF che a oggi conta 12 sezioni regionali e oltre 300 soci, arriva inoltre a dare una mano anche in luoghi remoti del mondo: “in Africa si pensa che l’unica emergenza sia quella alimentare. Noi invece abbiamo imparato l’importanza di focalizzarci per esempio sugli ospedali in aree rurali, lontani ore e ore dai grossi centri urbani. Mettere in piedi lì un dispensario medico digitale significa scongiurare carenze improvvise di scorte di medicinali, lasciando il tempo a chi di dovere di farli arrivare dalle città. Ma anche le cartelle cliniche: digitalizzarle risolve il problema di basarsi solo sulla memoria del paziente e così creare un percorso di cura coerente e più efficace”.

Tornando in Italia, come abbiamo già detto, Isabella non vuole proprio sentire parlare di “over 60” come gli ultimi della classe in termini digitali: “Non siamo dinosauri. La nostra generazione non ha nulla da invidiare ai quarantenni in quanto a spirito di iniziativa, capacità, vivacità. Parliamo di una generazione nel pieno delle sue energie, che in più ha molta più consapevolezza di ciò che fa. I giovani lo smartphone, il pc, il tablet se li sono trovati nelle mani, strumenti facili da utilizzare, ma anche potenzialmente ingannevoli e non sanno che per esempio una foto messa sui social è una foto lasciata lì per la vita. Per non parlare del rischio bullismo o ludopatia. Gli over 60 è difficile che sviluppino un rapporto patologico con la tecnologia. Tendenzialmente non si fanno usare dal computer o dallo smartphone”.

Ma non hai avuto paura, dopo una vita lavorativa così intensa, di andare in pensione, di rallentare le tue giornate?Io ho subito compreso che quel capitolo pian piano si stava chiudendo, nonostante la passione, il piacere e le grandi soddisfazioni che ci sono state. Per fortuna i miei interessi li ho sempre coltivati nel tempo e quindi, visto che il capitolo si stava chiudendo, ho colto l’occasione per dedicarmici a pieno. Un pizzico di paura per girare pagina c’è stata, non lo nego, ma si è dissolta nel giro di poche ore. Anzi le mie giornate sono ancora più piene di quando lavoravo!”.

E il rischio di burn out, di strafare nel volontariato, non lo vedi come un pericolo concreto così?Se scegli la tua strada ci puoi dare dentro alla grande, senza andare in crisi. Nella nostra associazione ci sono momenti molto intensi, c’è chi prende l’aereo e va in Africa, c’è chi fa le ore piccole per rispettare le scadenze. Però è un impegno fatto con passione e quindi non rischi il burnout che è più fenomeno da posto di lavoro dove capita di essere obbligato a fare anche ciò che non vuoi, obtorto collo”.

E di questa carica che ti dà il volontariato cosa Isabella si porta nel cuore da questi anni sul campo?Porto tanto. Se devo scegliere un ricordo, è un progetto con le scuole sul tema Pandemia e Ambiente, un progetto che oltretutto stiamo replicando. Il tutto si è svolto a distanza, per evidenti motivi di sicurezza, ma i progetti di programmazione che hanno sviluppato quelle ragazzine e quei ragazzini in solitaria… ah, dovresti vedere la capacità, la maturità delle proposte… nonostante il linguaggio di programmazione non conosciuto prima. Ci hanno sorpresi così tanto che li abbiamo raccolti in un ebook.

E un sogno/progetto per Isabella in questo nuovo anno?Imparare l’Arabo. Ho appena iniziato, ma lo trovo fondamentale per capire meglio il Mediterraneo, un mare interno che prima era una porta e oggi sembra più un muro. Imparando quella lingua cerco di conoscere l’Altro, costruendo ponti, accedendo a notizie meno mediate. E poi… – sorride luminosa – c’è sempre il mio Golf!”.

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