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Ricerche

Più istruiti, minor declino cognitivo

I tentativi di prevenire e curare il declino cognitivo non si contano.

In tutto il mondo ricercatori, medici e scienziati si dedicano a trovare il modo di contrastare una delle malattie che più fanno paura e che negli ultimi decenni è dilagata, a partire dalla sua forma più nota, l’Alzheimer.

La maggior diffusione del declino cognitivo va di pari passo con l’invecchiamento della popolazione e riguarda in particolar modo il mondo europeo, americano e orientale. Pare che la malattia di Alzheimer sia una condizione che interessa dall’1 al 5% della popolazione sopra i 65 anni di età fino a raggiungere una prevalenza di circa il 30% all’età di 80 anni.

Purtroppo, ancora oggi le notizie su medicinali e terapie che aiutino nel curare chi è ammalato di questa malattia sono poco confortanti e rassicuranti. Anche se l’anno scorso faceva ben sperare l’approvazione accelerata da parte della Food and Drug Administration statunitense di un nuovo anticorpo monoclonale dedicato a chi soffre di Alzheimer, molti medici ritengono che siano necessari studi di conferma e test clinici per valutarne davvero l’efficacia.

Anche un’affidabile diagnosi della malattia non è da dare per scontata e molti sono gli sforzi per trovare le modalità più efficaci per un accertamento precoce della malattia (si veda a titolo di esempio questo studio cinese).

In questo contesto suscitano quindi sorpresa – una piacevole sorpresa – le conclusioni di una ricerca dell’Università di Toronto apparse a dicembre 2021 sul Journal of Alzheimer’s Disease, che accertano che nel corso del decennio 2008 – 2017 vi è stata una riduzione del 23% di “declino cognitivo serio” tra le donne over65. Considerando anche gli uomini, la media sarebbe di un calo del 18,3%.

In particolare, secondo questo studio, il declino cognitivo grave tra gli over65 (donne e uomini) si è ridotto negli ultimi 10 anni, passando dal 12,2% del 2008 al 10% del 2017.

Lo studio ha analizzato una serie storica di indagini nazionali effettuate negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2017 e ha complessivamente coinvolto circa 5,4 milioni di ultrasessantacinquenni americani. Ogni anno, alle persone coinvolte nello studio veniva chiesto se avevano “serie difficoltà nel concentrarsi, nel ricordarsi le cose o nel prendere decisioni”.

Gli stessi ricercatori, come ha dichiarato la lead author Esme Fuller-Thomson, sono rimasti colpiti dalla riduzione in un così breve lasso di tempo (dieci anni) del numero di persone che avevano problemi di declino cognitivo e hanno individuato la principale causa di questo miglioramento nelle differenze generazionali di istruzione ricevuta.

In altre parole, le generazioni che nello scorso secolo hanno potuto avere una maggiore istruzione, decenni dopo hanno ottenuto da questo un significativo beneficio in termini di minor presenza di declino cognitivo, se comparate con le generazioni precedenti, meno istruite.

Naturalmente, l’istruzione ricevuta (e, si immagina, la conseguente maggior ginnastica mentale nel corso della vita) non può spiegare tutto. Sono gli stessi autori dello studio che aggiungono ulteriori ipotesi al miglioramento della situazione. Tra queste, le differenze tra una generazione e l’altra riguardo all’alimentazione, al fumo e all’inquinamento.

Foto geralt da Pixabay

 

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