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Spiritualità

Il vivaio della memoria

La Fondazione Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

Il mio incontro con l’archivio dei diari è stato casuale. A fine settembre, passando da Pieve Santo Stefano e avendo un paio di ore da occupare, sono entrato nel tendone dove si stava svolgendo la premiazione dei diari del 2022. Sul palco c’erano gli autori che raccontavano la loro storia mentre due attori leggevano qualche pagina dai loro diari. È stato inaspettatamente emozionante e coinvolgente.

Un lenzuolo in cui la contadina Clelia Marchi scrisse a mano la sua vita, consegnato all’Archivio Diaristico Nazionale nel 1986.

Il giorno dopo ho partecipato ad una visita guidata al museo e ho sentito forte la spiritualità di quelle storie. Ne sono uscito commosso e nutrito nell’anima, con uno sguardo diverso sulla vita rispetto a quando sono entrato.

L’archivio è stato fondato nel 1984 da Saverio Tutino, giornalista milanese corrispondente in mezzo mondo e co-fondatore de “La Repubblica”.

“Perché uno così, che ha girato il mondo e che è abituato a vedere le cose con gli occhi di una cultura internazionalista universale, ha inventato l’archivio dei diari?” Se lo chiedeva Corrado Stajano in un articolo pubblicato su Epoca nel settembre del 1986 dal titolo «La parola torna ai senza storia». E continuava riprendendo le parole dello stesso Tutino «Perché una vita fatta di corsa ha bisogno di riequilibrio e di assestamento. Per tirare i fili e il fiato. Perché la memoria collettiva è essenziale per ricomporre una società. Per aiutare gli altri a fare quello che io sono riuscito a fare: esprimermi» (Citato in Isnenghi 1992, 397-8).

Ad oggi, quarant’anni dopo, l’archivio contiene 10.000 “vite” tra diari, lettere, memorie e autobiografie.

Ho chiesto a Natalia Cangi, Direttrice organizzativa della Fondazione Archivio Diaristico Nazionale e Presidente della Commissione di lettura del Premio Pieve Saverio Tutino, di raccontarmi la Fondazione archivio diaristico nazionale.

Natalia Cangi – foto di Giulia Zanelli

Chi sono quelli che scrivono un diario, e perché lo fanno?

Per lo più sono persone comuni, che scrivono per autenticarsi e lasciare una traccia di sé. Nella mia esperienza nessuno scrive per sé stesso ma pensando a chi lo leggerà o non lo leggerà ma sarebbe bello che lo leggesse. Non di rado è l’unico modo che hanno per raccontare e forse anche per capire quello che sta avvenendo nella loro vita. Ricordarsi, mettere in ordine gli avvenimenti, scegliere le parole è un modo per scoprire il significato ed il percorso, il senso della propria vita. Talvolta è anche bisogno di curarsi attraverso la scrittura.

Cosa significa autenticarsi? Mi viene in mente il titolo della autobiografia di Pablo Neruda: “Confesso che ho vissuto”.

Sicuramente mettere per iscritto la propria storia è un atto di presa di coscienza.

Un esempio diventato famoso è il diario sul lenzuolo. Clelia Marchi, una contadina di 72 anni con la seconda elementare, alla morte dell’amatissimo marito scrive tutta la sua vita su un lenzuolo a due piazze perché si ricorda che la maestra elementare le aveva detto che i “Truschi” seppellivano i morti avvolti in un lenzuolo. Scrive dell’infanzia, del lavoro nei campi, dell’amore per il marito, dei figli, della guerra e alla fine, in fondo, mette le firme di Benassi Anteo, il marito, e la sua. Ecco, per me queste firme servono ad autenticare ed a “autenticarsi” che la vita lì descritta è stata vissuta veramente e che è stata riportata senza “Gnanca na busia” come Clelia intitola il suo diario.

C’è chi sceglie un episodio, chi la vita intera; chi utilizza mille pagine e chi una sola. Ma credo che il bisogno di fondo sia sempre lo stesso. In questo io ci vedo una grande spiritualità.

È sempre una emozione forte che spinge a scrivere. Nei diari la scrittura è sempre “urgente”. Dopo trent’anni che li leggo so riconoscere la spinta che viene da dentro, molto diversa dalla scrittura aggeggiata come la chiamava la Ginzburg.

Perché le persone vi mandano le loro memorie?

All’inizio credo soprattutto per il premio. Poi, con l’aumento della notorietà, per quel “per sempre” che era nella promessa di Tutino: i vostri ricordi saranno conservati per sempre. È il desiderio di lasciare una traccia di sè oltre la vita ma anche di fare un dono agli altri.

Spesso sono i parenti a mandarci le memorie di qualche congiunto, ma la motivazione rimane fondamentalmente la stessa.

Ci sono dei sentimenti e degli argomenti che tornano con maggiore frequenza nei memoriali?

Sicuramente la famiglia è uno dei temi più raccontati. Abbiamo un meta-catalogo che classifica i temi e gli argomenti e la famiglia ricorre 4743 volte su 10000 documenti.

Foto Dean Moriarty da Pixabay

Collegato a questa c’è l’amore: verso il coniuge, i figli, i genitori, i fidanzati veri o sperati. Anche lo stupore e la meraviglia sono molto presenti, per un luogo o un paesaggio, un singolo albero; e poi la rinascita, la speranza e le nuove possibilità.

Certamente i sentimenti positivi sono i più presenti. Ma ci sono anche l’odio, la depressione, la paura non solo di morire ma anche di vivere, di essere inadeguati alla vita. Testimonianze durissime di persone che non ce l’hanno fatta. Eppure, anche queste storie drammatiche possono essere occasioni di rinascita, se non per chi le ha vissute per le persone che sono state vicino a loro.

Un esempio è il diario che Chiara scrive dai 17 ai 33 anni quando muore. Un diario disperato, pieno di dolore, che si interrompe improvvisamente. Lo abbiamo perché la madre, a cui la ragazza imputa gran parte delle responsabilità per la sua sofferenza, dopo un lungo percorso di cura e di ricostruzione si rivolge a noi. Parliamo a lungo e poi decide di lasciarlo perché sicura che la figlia così avrebbe voluto affinché la sua storia fosse di aiuto a qualcun altro. Prima ci dà la versione dattiloscritta poi quella originale, con appunti, ritagli e disegni. Un grande gesto di amore.

Lei scrive un diario?

No. Ho scritto qualcosa quando avevo 17 anni durante gli anni del terrorismo, ma poi ho smesso. Ora sto pensando di scrivere una autobiografia che sia realisticamente autentica. Ho già il titolo! Ma è difficile.

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Attribuzione foto Il lenzuolo di Clelia Marchi: CARELLECC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

 

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