Ipoacusia e declino cognitivo: un legame sottovalutato
Sempre più studi negli ultimi anni hanno evidenziato un legame diretto tra l’ipoacusia e la comparsa di deficit delle funzioni cognitive, come la memoria e l’attenzione. Per lungo tempo considerata un semplice segno dell’invecchiamento, la perdita dell’udito è oggi invece riconosciuta come uno dei più importanti fattori di rischio modificabili per la demenza.
Cosa si intende per ipoacusia?
L’ipoacusia è la progressiva perdita dell’udito, può essere monolaterale o bilaterale e può essere lieve, moderata o grave. Interessa circa il 50% delle persone over60 e dipende da fattori genetici, ambientali e dallo stile di vita (ad esempio l’esposizione ad ambienti molto rumorosi senza utilizzo di protezioni adeguate).
Non si tratta semplicemente di “non sentire bene”, ma di una condizione che può influenzare profondamente la qualità della vita, la comunicazione e le relazioni sociali. Diversi studi hanno dimostrato che le persone con ipoacusia da moderata a grave hanno un rischio aumentato di sviluppare demenza, fino a cinque volte maggiore rispetto a chi ha un udito normale.
Cosa succede al nostro cervello?
L’ipoacusia non corretta può favorire:
– l’isolamento sociale: la difficoltà a seguire le conversazioni può determinare ritiro sociale, solitudine e depressione;
– il sovraccarico cognitivo: quando la funzione uditiva si riduce, il cervello deve lavorare di più per recepire i suoni durante una conversazione. Questo “sforzo” continuo impegna aree cerebrali normalmente destinate ad altre funzioni cognitive, come la memoria a breve termine e l’attenzione. Questo meccanismo è noto come teoria del carico cognitivo: il costante “stress uditivo” può quindi portare ad un calo delle performance cognitive.
– alterazioni strutturali del cervello: tramite neuroimaging è stata evidenziata una riduzione del volume della corteccia uditiva e un’atrofia in regioni coinvolte nella memoria e nella comunicazione.
È quindi raccomandata una correzione precoce dell’ipoacusia attraverso l’utilizzo di protesi acustiche e più raramente di impianti cocleari. Il trattamento precoce si è dimostrato efficace non solo nel migliorare la qualità della vita, ma anche nel rallentare il declino cognitivo in soggetti con ipoacusia.
Quali sono i segnali da non sottovalutare per intervenire tempestivamente?
Avere difficoltà a capire le parole, soprattutto in ambienti rumorosi, chiedere spesso agli altri di ripetere quanto detto, aumentare il volume della televisione, avere la sensazione che le persone “borbottino”, notare la presenza di acufeni (fischi o ronzii nelle orecchie).
Conclusioni
La perdita uditiva non è soltanto una condizione sensoriale, ma un importante campanello d’allarme per la salute del nostro cervello. Riconoscerla e trattarla in tempo può migliorare la qualità della vita, ridurre il rischio di isolamento e rallentare un’eventuale perdita delle funzioni cognitive. Inserire la valutazione dell’udito nella routine clinica dei senior rappresenta oggi non solo una buona pratica, ma anche un’opportunità concreta di prevenzione attiva della demenza.
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Chiara Riva è medico in formazione specialistica, scuola di Specializzazione in Gerontologia e Geriatria, Università di Milano-Bicocca.
Giuseppe Bellelli è Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi Milano-Bicocca. Inoltre è direttore dell'Unità Operativa Complessa di Geriatria dell'IRCCS San Gerardo di Monza ed è presidente della sezione Lombarda della Società italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG).











