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Le rose della memoria

Della serie “Appassire con stile”

“ E’ lei la signora che mi portava al Rifugio antiaereo, nel portenfant, durante la guerra?”

“ Sì, sono io” mi rispondevi sorridendo.

Così scherzavo con la mia zia Vera, parafrasando un noto gioco televisivo che lei guardava spesso. Durante la 2^ guerra mondiale Brescia, ultimo baluardo fascista, fu molto bombardata rosa-620x270dagli Alleati; la mia mamma diceva alla giovane sorella appena undicenne, Vera, appunto, di andare svelta al rifugio con me neonata nel portenfant, che lei sarebbe arrivata più tardi, preparava prima un po’ di pappa per me e portava qualcosa da mangiare per tutti; mandava le giovani subito in salvo ai primi segnali della sirena d’allarme, la mia mamma.

La mia zia Vera, di soli 11 anni più vecchia di me, è rimasta orfana giovanissima, mio padre è stato il suo tutore, è sempre vissuta con noi, nella nostra famiglia; per me è sempre stata come una sorella.

Da quando ero in pensione andavo spesso da lei ormai vedova, era un’occasione per me di ritornare nella mia città natale dove conservo amici e parenti. Andare da lei era come tornare a casa, abitava in un bell’appartamento in centro, io ero libera di andare dagli amici, dai parenti, girovagare per il centro, spesso da sola; con lei andavamo al lago che lei amava molto, incontravamo le sue amiche al Rosen Garden, il bar di cui vi ho parlato spesso; andavamo a sentire concerti perché amava molto la musica, ma se era stanca faceva le cose del suo tran tran e mi aspettava a casa … Aveva 84 anni, ben portati. Era una cuoca straordinaria precisa e scrupolosa: cucinava delle mitiche lasagne che aveva imparato a fare da giovane da una cognata bolognese e che ha insegnato a cucinare a tutti noi in famiglia. I miei amici l’amavano molto, la invitavano spesso a cena e apprezzavano anche le sue lasagne, di cui andava fiera.

Avevamo un patto segreto noi due: lei aveva accudito e protetto me ed io lo facevo con lei ora che era anziana. In primavera non è stata bene e le sono stata vicina, sapevo quanto ero importante per lei. L’ho seguita all’ospedale, alla casa di riposo, ma aveva un male incurabile. Ai primi di giugno se ne è andata in punta di piedi. Sono qui a pensare quanto è cambiata la mia vita senza di lei, quanto mi manca… quante volte penso di telefonarle, di parlarle, di chiederle una ricetta, di sentire la sua voce. La canzonavo perché lei a colazione pensava già che cosa cucinare per pranzo (io improvviso, di solito…); lei teneva il gas basso basso per cuocere lentamente e con cura i cibi, mentre io tengo il gas alto, sfrigolo veloce e spesso brucio…. Cara zia…. Ora che non ci sei più mi ritornano in mente i tuoi modi e li onoro per ricordarti: penso al mattino che cosa mangerò, uso il gas basso basso, rimescolo spesso e con cura i cibi e riordino il frigo come facevi tu …Ti voglio sempre bene anche se non ci sei più, ma sento il vuoto del tuo bene per me che se ne è andato con te, mi sento meno amata a questo mondo…..

E quanti pensieri…. Dove sei? C’è un’altra vita? Come sarà se c’è?… I lutti sono sempre dei momenti duri, ma da senior sembrano più profondi: c’è più tempo per pensare, non c’è il lavoro, i figli da portare a nuoto, a calcio… meno spese da fare. Siamo lì con noi stessi, negli scenari del nostro tempo passato, popolato da tante persone care che pensiamo con infinita e struggente nostalgia. Abbiamo il tempo per esplorare quel luogo dello spirito che è la Memoria che Beudelaire ha concepito come “ un vecchio salottino pieno di rose appassite”. Non per ripiegarci su noi stessi, ma per permetterci di custodire i nostri cari, che nel “restare con noi” rinnovano il nostro vivere quotidiano e segretamente lo colorano, mentre continuiamo ad aprirci agli altri e ci impegniamo nella vita di ogni giorno.

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