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Le Vostre Storie

Solitudine e senso di fallimento

La storia di: Flavio

Ho 57 anni, ho una moglie e un figlio di 13 anni.
Nel 2011 sono stato messo fuori da una multinazionale (ristrutturazione collettiva).
Ho ritrovato lavoro grazie anche alla mia passione e voglia di fare.
Ho cambiato diverse aziende e ora però mi sento stanco, le aspettative sono andate tutte deluse.
In casa con mia moglie ci sono spesso tensioni, mio figlio sembra non accorgersi di me, forse non sono riuscito a essere un buon genitore e forse nemmeno un buon marito.
Viviamo in una città bella (Bologna) ma che non ho mai amato a causa del clima anche perchè sono molto meteopatico. Venni qui nel 1995.
Non ho amici e a 57 anni sento di aver fallito sotto ogni fronte e ora mi sento completamente disorientato e non so cosa ne sarà di me.
Soprattutto adesso il senso di impotenza nei confronti della mia famiglia mi pesa molto.
Insomma ho corso a 100 all’ora per non arrivare da nessuna parte.

Il nostro lettore ha chiesto di avere una risposta pubblica da una psicologa esperta del mondo senior.  Risponde Silvia Lo Vetere:

Gentile lettore,

parto dalle sue parole finali: ho corso a 100 all’ora per non arrivare da nessuna parte. Non credo sia possibile correre a quella velocità se non si possiedono strumenti, volontà e doti.

Solo, oggi sembra non vederli più. I motivi possono essere tanti e complessi. Le sue parole me ne suggeriscono alcuni.

A circa 50 anni ha perso il lavoro: generalmente, soprattutto per un uomo e in una età in cui ci si aspetta di raccogliere frutti, può essere un colpo non da poco.

Dico soprattutto per un uomo perché generalmente il cimento e la riuscita professionale sono una parte importantissima della identità maschile; una parte spesso sentita come segnale di efficacia, di autorevolezza, di sicurezza personali e di presa sul mondo.

Ha saputo, grazie alle sua tenacia e al suo entusiasmo, riprendersi, scrive. Ma forse, la rabbia, il rammarico, il senso di svalorizzazione che generalmente producono queste esperienze, possono in parte essere rimaste striscianti, poco risolte in lei.

Se in questo in parte si ritrova, l’autostima può esserne uscita un po’ ferita. Con il tempo, senza che si sia reso del tutto consapevole, questa inattesa esperienza può aver minato in parte anche un’idea di sé come persona di valore e capace di essere visto ancora come tale.

Scrive che suo figlio tredicenne sembra non accorgersi di lei: generalmente se la nostra autostima è bassa tendiamo a provare talvolta vergogna per non sentirci più all’altezza soprattutto delle persone cui teniamo di più, a pensare di essere diventati trasparenti ai loro occhi.

Generalmente non è così. In realtà un figlio per lo più si sente addolorato e un po’ perso a sua volta se vede suo padre triste, sfiduciato, soprattutto se prima non lo era. Stenta a darsi spiegazioni e magari con l’indifferenza maschera la nostalgia e il desiderio che tutto torni come prima.

Credo, se si ritrova in qualcosa di queste riflessioni, che lei allora debba potere ritrovare fiducia e stima in se stesso per fare un bilancio della sua vita fino a qui, più equo, che ne evidenzi sì i limiti, ma anche le cose riuscite che oggi sembra non vedere più.

Potrebbe iniziare con il leggere quanto scrive qui, a sua moglie per esempio. Aprirsi al dialogo, farsi capire e capire.

Il rischio, se no, è che si chiuda sempre più in se stesso. E che gli altri vedano in questo non una sofferenza, ma un’inspiegabile presa di distanza da loro e dalle cose.

Se non ci riesce da solo, si faccia aiutare: a Bologna ci sono buoni Servizi anche pubblici. Fare un bilancio della sua vita più realistico lo deve a se stesso e anche a chi, sono convinta, continua a volerle bene e ha ancora bisogno di lei.

 

1 Commento

  • Caro Flavio, come ti capisco !
    Sono un pò più vecchio di te ma ho provato, anch’io molte delle sensazioni che provi tu.
    Sono arrivato a Torino da Napoli nel ’74 ed ho lavorato tanti (troppi) anni per una multinazionale che, come molte altre, ha mobbizzato me e tantissimi altri.
    Io sono stato meno forte di te e son stato 4 anni senza lavoro. Per fortuna lavorava mia moglie !
    Anch’io avevo un figlio che, all’epoca, aveva 8 anni e che mi ha visto sprofondare nel più profondo dei precipizi di solitudine e depressione.
    Mi son mosso !
    Sono riuscito a trovare un nuovo lavoro alla metà dello stipendio ed in un pianeta diversissimo come quello di una struttura pubblica.
    Un anno fa sono dovuto andare in pensione e mi sono sentito, nuovamente inutile….
    Mi son mosso di nuovo e mi sono iscritto a due corsi presso l’Untrè ed ad un corso di pittura ad acquerello che hanno dato un senso ad alcuni giorni della mia settimana.
    Non vivo più sempre nella tristezza della solitudine costante ma ho smesso di credere di DOVER essere utile agli altri.
    Un amico terapeuta mi ha scrollato un pò e mi ha fatto capire che ora devo essere utile solo a me stesso mettendo in piedi cantieri di cose che piacciono a me e solo a me.
    Mia moglie (piemontese) ha fatto e fa una grandissima fatica a starmi accanto perchè lei è decisamente più equilibrata ed osserva il mondo e la vita con maggior distacco.
    Mio figlio (che oggi ha 32 anni) si è staccato dalla famiglia ed è andato ad abitar da solo, ma io avverto sempre troppa distanza tra di noi e mi rimprovero di non essergli stato abbastanza vicino anche se lui, formalmente, mi ha detto di “farmi furbo” che non ho nessuna responsabilità nei suoi confronti.
    E mi fermo !
    Ti invio un salutone ed una stretta di mano esortandoti a non mollare. Vai a ripescarti quei valori che ti fecero scegliere la tua compagna e la tua vita e ricorda che noi saremo sempre i genitori dei nostri figli e dobbiamo essere noi ad essere “vicini” a loro anche senza farci vedere….

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