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Il punto Previdenza e condizioni economiche

Ripartiamo dalla felicità

La ricerca della felicità accumuna tutti noi. Da secoli ci si domanda cosa sia la felicità e come la si possa raggiungere, e questa tensione probabilmente non finirà mai.

Stiamo affrontando un periodo complicato da un punto di vista sanitario, ma anche economico e sociale. Il corso della nostra vita è intervallato da continui e potenziali inciampi: la disoccupazione tra i senior è ancora molto elevata, numerosi pensionati sono costretti a vivere in ristrettezze economiche, la percentuale di separazioni e di divorzi over sessanta è in continuo aumento e con il passare degli anni aumenta il rischio di invalidità. Il senso di insicurezza fa dunque ormai parte della nostra quotidianità.

Eppure, proprio la crisi ci ha fatto recuperare il senso di ciò che davvero è importante, e la felicità ne emerge come una delle poche cose che forse tutti abbiamo in comune, e come fine che rende le altre cose mezzi, o strategie. Così, paradossalmente, questo è il momento perfetto (oltre ad essere un diritto ed un dovere) per pensare alla nostra felicità, per fare ordine negli armadi, per attivarci e imboccare una nuova appassionante direzione.

C’è chi pensa che la felicità sia una scintilla di un istante, chi pensa sia invece un percorso, chi pensa che riguardi intimamente la persona, chi invece sostiene che la felicità sia un fatto collettivo.

Ognuno ha la propria idea di felicità.

Certo è che essere felici non è né un destino né un accadimento casuale, e neppure l’esito di un approccio ingenuo. La felicità è azione, attivazione, richiede l’adozione di una lente specifica e una conversione del proprio modo di pensare, di rileggersi e comportarsi.

È quasi un mestiere che pretende scelte di campo, costanza e audacia.

Campbell, Converse e Rogers, indicano nella felicità il giudizio individuale sulla vicinanza (o divario) tra le proprie aspirazioni e i risultati raggiunti. Questo peraltro spiegherebbe come mai, dopo l’età di massima infelicità che si situa intorno ai 55-60 anni, facciamo pace con noi stessi e, anno dopo anno, aumentiamo la nostra autopercezione di felicità. Il concetto di felicità come equilibrio richiede che si individui un obiettivo con cui confrontarsi e rende impossibile attivarsi senza una direzione (materiale, ideale, spirituale) verso cui muoversi. Non è solo raggiungere una meta che smuove la felicità, ma anche il come la si raggiunge, il sacrificio che si sceglie di fare, le condizioni di incertezza, la fatica.

Se non può esistere un algoritmo della felicità, possono però esistere alcune condizioni facilitanti: il benessere, le relazioni, il futuro. Senza benessere, la nostra vita quotidiana è minacciata da mancanze che ci obbligano a focalizzarci sul quieto sopravvivere; senza relazioni positive non possiamo confrontarci e migliorarci; senza futuro siamo destinati a vivere un presente improvviso, altalenante, casuale.

Da un punto di vista personale, parlare di benessere significa essere consapevoli del proprio tempo e luogo di vita, dei mezzi che si hanno a disposizione per far stare bene sé e la propria famiglia. Pensare al proprio benessere significa considerarsi come una persona inserita all’interno di un sistema e di un mondo che deve essere sostenibile. I protocolli internazionali del benessere e della sostenibilità individuano varie dimensioni dello stare bene che spaziano dalla salute, al lavoro, all’istruzione, ma anche all’ambiente, alla cultura, all’innovazione. Proviamo a domandarci, quale contributo stiamo dando individualmente al nostro benessere individuale e collettivo?  Cosa stiamo facendo per far fronte ai nuovi rischi della contemporaneità che possono impattare sulle varie dimensioni del benessere? Ci siamo informati e abbiamo avviato comportamenti virtuosi?

La seconda componente della felicità è rappresentata dalle relazioni, perché 1 + 1 non fa 2, ma 4.  Proviamo a confrontare l’individuo con la persona. L’individuo è isolato, distinto dagli altri; la persona, al contrario, è parte di un gruppo, di una collettività, è un particolare immerso in un generale. Se l’individuo abbandona, la persona partecipa. Se l’individuo si avvantaggia, la persona condivide. Se l’individuo sperimenta in proprio, la persona mette in comune.

Possiamo dunque essere più felici aggrappandoci al nostro io o lanciando ponti verso gli altri?

Agire sulle relazioni significa sviluppare altruismo e senso di appartenenza. Domandiamoci: che contributo stiamo portando al territorio che abitiamo?

C’è poi futuro, che insieme a benessere e relazioni compone la “formula della felicità”.

L’emergenza sanitaria del 2020 ha fatto una delle cose più letali per la nostra felicità: ci ha tolto la possibilità di progettare e senza progetti di vita non si va da nessuna parte, sia a livello individuale, che familiare. Trova una persona felice, avrai trovato un progetto, si dice. E allora come possiamo ridisegnare il nostro futuro?

Possiamo scegliere di essere distopici (pessimisti cronici), utopici, retrotopici (malinconici e nostalgici), oppure lasciarci guidare dall’immaginazione, desiderare e pianificare quel che vogliamo raggiungere. Se non “vediamo” la nostra nuova casa non la potremo arredare, se non “vediamo” il futuro dei nostri figli o nipoti, non potremo aiutarli a raggiungerlo.

Senza una direzione positiva però l’immaginazione traballa e la progettualità non ha meta. Per questo, serve anche quella “cosa” meravigliosa chiamata speranza, ossia ciò che dà direzione ai nostri desideri e ci aiuta a raggiungerli.

Francesca Berté è autrice, insieme a Sergio Sorgi, del saggio “Felicità cercasi”, Egea editore, ottobre 2020.

Photo by BBH Singapore on Unsplash – modella in posa

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