La fiducia in sé e il rischio

I due anni di covid ci hanno segnato.

Prima il lockdown. Tutto era chiaro, niente uscite superflue, niente incontro con gli amici e grande cautela con i famigliari. E bisognava indossare le mascherine. Così noi eravamo impauriti e ubbidienti come soldatini. Gli esperti ci sostenevano. I camion con i morti erano un’immagine traumatica.

Arrivati i vaccini ci siamo sentiti meglio. Tutti a correre a vaccinarsi. Certo che alcuni vaccinati si ammalavano. In modo lieve, dicevano. Comunque l’effetto psicologico di sentirsi protetti era vincente.

Poi sono subentrate stanchezza e assuefazione. La nostalgia per una vita normale. Però l’epidemia non se n’era andata. Era più gestibile, dicevano alcuni. Ma arrivano varianti cattive, dicevano altri. Qualche esperto ha parlato di “convivenza con l’epidemia”.

Gli amici intorno si sono ammalati ma non sono andati in ospedale, si sono curati a casa. La mascherina non era più obbligatoria. Scelta politica per soddisfare la socialità delle persone, ormai esasperate o scelta sanitaria? Il dubbio resta anche ora. A questo punto toccava  a noi la responsabilità di decidere. Essere prudenti e sempre con la mascherina o osare e toglierla? E poi frequentare bar e ristoranti dove si sta con la bocca scoperta e dove c’è folla? Ognuno ha fatto una scelta a seconda della sua sensibilità e paura.

Ma lo stesso problema si pone con la medicina preventiva. L’idea di intervenire precocemente è certamente preziosa e serve a salvare vite. Tuttavia si insinua un dubbio molto angosciante.

Se i mali incurabili più brutti non danno sintomi, noi siamo costantemente in uno stato di pericolo. Allora da dove incominciare vista la complessità del nostro corpo e l’infinità degli esami medici possibili? La familiarità con un male può essere un’indicazione. Ma non è detto.

Nasciamo da una generazione di centenari che mandano in fallimento l’INPS. Eppure le statistiche indicano che siamo una generazione più fragile. Allora tutto dipende dalla nostra ansia e dai medici che ci consigliano. Ma va detto che i medici non aprono bocca senza esami clinici per paura di una denuncia. Un bel dilemma. Pensare che facendo prevenzione diventiamo eterni o lasciare spazio alla sorte visto che di qualcosa dobbiamo pure morire e la longevità non è sempre auspicabile?

Ecco, non ci sono ricette valide per tutti. Ognuno ha la sua filosofia di vita e la sua dose di ansia o di onnipotenza. Certo che la cultura dominante sollecita l’interventismo, che ha aspetti economici, ovviamente, e fa facilmente leva sulla paura.

Foto Caiaimage/Robert Daly su licenza iStock

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Wally Festini Harris è nata e vive a Milano. Già psicoterapeuta e professore universitario, ora si dedica alla scrittura. E' autrice, tra gli altri, dei saggi, "Ricomincio da 50" (2009) e "Ricomincio da 60" (2015).

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