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Volontariato

Giovanni, senior volontario su ruote elettriche

Per una settimana è stato una web-star, celebrato dal Corriere della Sera e sui social. Però il suo vero successo, quello che durerà per sempre, è scolpito nei cuori delle migliaia di studenti che in 46 anni sono passati dall’Istituto Giuseppe Luigi Lagrange di Milano.

E questo affetto è stato costruito con quel sapiente mix tra umanità e abnegazione lavorativa, mescolanza capace di superare ogni ostacolo, compreso quello di una disabilità improvvisa che lo tiene sulla sedia a rotelle.

Il protagonista della nostra intervista si chiama Giovanni, ha 66 anni e dopo quasi mezzo secolo di mestiere è appena andato in pensione lasciando il ruolo di collaboratore scolastico “ma anche centralinista e tuttofare – ha raccontato al quotidiano di via Solferino, aggiungendo – all’occorrenza anche confidente per gli alunni”.

Giovanni, la malattia ti ha messo in sedia a rotelle… che voglia hai quindi di metterti in gioco per gli altri?Proprio la disabilità mi ha fatto conoscere chi poi mi ha introdotto nel mondo del volontariato. Perché la mia condizione stava peggiorando ed era difficile gestirmi con la carrozzina a spinta, me ne serviva una elettrica. Così una mia amica mi ha fatto conoscere un’infermiera, anche lei diventata disabile e che mi ha introdotto nel mondo delle carrozzine elettriche. Nel mentre mi ha invitato, appunto, a impegnarmi in un’attività sociale di quartiere, che faceva con la sua associazione”.

Ma che volontariato hai potuto fare in carrozzina?Devi sapere che nel quartiere di Quarto Oggiaro, dove abito, esiste tanta solitudine nella fascia di abitanti più anziana. Molti soffrono poi di psicopatologie che li trascinano in fenomeni di accumulo seriale. Quindi hanno una condizione domestica e sociale, di relazioni, assolutamente insalubre. Così, divisi in squadre, cercavamo di ripulire le loro case, sistemandole, aiutandoli per come potevamo a sbrigare le faccende più quotidiane, soprattutto in caso di ospedalizzazione o anche solo per ricordare loro di prendere le medicine. A livello organizzativo, la mia amica andava alla mattina a trovarli e io, appena finito il lavoro a scuola, coprivo il pomeriggio”.

Le vie del volontariato però sono strane, alle volte tortuose e come si aprono inaspettatamente, alle volte si chiudono. La sua amica e coordinatrice di questo impegno gratuito, infatti, si trasferisce in Emilia-Romagna e con sé sembra portare via da Quarto Oggiaro quel filo che univa, con carisma e intraprendenza, l’opera di Giovanni e degli altri volontari. Di fatto lui non tornerà più a fare volontariato, ributtandosi a capofitto nel suo impegno scolastico, ma ancora oggi ricorda con affetto l’operato dell’amica: “oltretutto se noi disabili residenti in quartiere possiamo prendere i mezzi con discreta facilità è solo grazie a lei. Il suo impegno e le sue battaglie hanno fatto scuola in tutta Milano”.

Però non mi hai ancora detto cosa ti spinge a non piegarti sui tuoi acciacchi e invece prenderti cura degli altri.Sai qual è il mio motto? Non sono le gambe che fanno un disabile. Io anche sul posto di lavoro ho sempre cercato di aiutare un po’ tutti, oltre le mie mansioni contrattuali. Mi sono sempre messo in gioco, insomma. Ho iniziato con gli insegnanti, sgravandoli per esempio dal relazionarsi con i rappresentanti dei libri, così come, perché facente funzione di centralinista, ho sempre tenuto le relazioni primarie anche con i genitori. E quindi mi è quasi venuto spontaneo dire di sì alla proposta di volontariato quella volta, nel mio quartiere”.

Ma ora che sei in pensione non è tempo di rientrare nel mondo del volontariato?Penso di rientrarci sì. Anche qui mi affido ai contatti. Già una preside che ha lavorato per dieci anni al Lagrange mi ha accennato che mi vorrebbe volontario nella sua associazione. Così come ho un amico, poliomielitico e sulla carrozzella, ma che nel quartiere di Cormano opera con gli anziani. Insomma, ho possibilità”.

Però, dopo 45 anni di lavoro, di contro, non è il momento di darsi una calmata e riposare?Io non riesco a stare fermo. Mi devo muovere. Purtroppo sono abituato così. Quando sono arrivato a Milano da Ostuni, camminavo aiutandomi con un bastone e andavo dappertutto, su e giù dai mezzi. Ho un carattere forte, e ce l’ho fin da piccolo. La mia generazione ha passato cose come il collegio, dove eravamo tanto inquadrati. Ho perso mio padre a 7 anni, ma per quanto ha vissuto ha educato me e i miei fratelli con quei valori che oggi pongo nell’azione di volontariato e nel mio impegno per gli altri. La nostra generazione ha sì una marcia in più, ma non vorrei generalizzare troppo”.

Quindi è pericoloso andare in pensione fermandosi al divano?Assolutamente! Non lasciatevi andare sul divano. Io ho perso colleghi che sono andati in pensione e dopo poco sono venuti a mancare perché, diciamo, si erano lasciati andare, demoralizzati con quello stato d’animo che poi aggrava l’inevitabile malattia che sopraggiunge con l’età. Bisogna rimanere attivi. Almeno finché ce la facciamo, poi, come ho detto a mia sorella… quando non ce la farò più – ride di gusto – spediscimi in casa di riposo!”.

Dopo 45 anni di lavoro, una vita sempre piena, hai ancora un sogno da parte?Io ho già realizzato il mio sogno. Da piccino, affascinato dalla vita e dalle opere di San Giovanni Bosco a favore dei giovani, mi era venuto il desiderio di diventare sacerdote, proprio per operare in quel campo. Poi uscito fuori dal collegio, a contatto con il mondo reale, sentii che non era cosa, la tonaca intendo. Però ho avuto la benedizione comunque di essere chiamato a lavorare nella Scuola, a contatto con i giovani. I ragazzi in tutti questi anni mi hanno voluto un bene dell’anima, ripagandomi a pieno di ciò che da bambino sognavo. Pensa che mi hanno sempre chiamato Giovannino… per loro sono ancora quel piccolo là e, ogni giorno, sono cresciuto con loro”.

Credit foto: Giovanni, sul posto di lavoro © Bremec/LaPresse

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