Decadimento cognitivo e depressione nell’anziano

… quando memoria e umore si intrecciano.

Invecchiare bene richiede cura, non solo per il corpo ma anche per la nostra mente. Spesso tendiamo a pensare che piccoli vuoti di memoria o un senso di tristezza persistente siano aspetti normali dell’età che avanza. Tuttavia, la scienza ci dice qualcosa di molto importante: il nostro umore e la salute del cervello sono legati a doppio filo.

È stato infatti dimostrato scientificamente un rapporto bidirezionale tra depressione e decadimento cognitivo, in quanto la depressione può manifestarsi come sintomo precoce di decadimento cognitivo o esserne un fattore di rischio.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, circa il 14% delle persone oltre i 70 anni soffre di un disturbo mentale: tra i più frequenti ci sono proprio depressione e ansia. In ogni fascia d’età, la depressione è circa due volte più comune nelle donne rispetto agli uomini, con un rapporto 2:1.

La depressione negli anziani è quindi molto più frequente di quanto si pensi, ma spesso non viene riconosciuta. A differenza dei giovani, la persona anziana non sempre esprime tristezza in modo evidente, talvolta prevalgono stanchezza, irritabilità, insonnia o disturbi fisici, apatia, isolamento sociale, perdita di appetito e di memoria.

I disturbi dell’umore sono una condizione multifattoriale caratterizzata dalla presenza di fattori psicologici, sociali e fisici con particolare rilevanza alle patologie croniche (es. malattie cardiovascolari, polmonari, disturbi nella deambulazione, ecc.) che contribuiscono ad accentuare le preoccupazioni e l’isolamento sociale. La perdita di persone care e la frammentazione della famiglia possono giocare un ruolo decisivo.

Se i disturbi dell’umore peggiorano nettamente la qualità di vita delle persone che ne sono affette, contribuendo al peggiorare dei sintomi stessi, questo fenomeno assume una rilevanza ancora maggiore negli anziani in condizioni di isolamento sociale o iniziale decadimento cognitivo.

In queste persone, infatti, la gestione della quotidianità si accompagna a difficoltà aggiuntive: situazioni prima facilmente affrontabili, come piccole dimenticanze o semplici imprevisti, possono essere percepite come sempre più difficili e fonte di frustrazione. A ciò si associa spesso una crescente negatività emotiva, che può ulteriormente favorire isolamento sociale, alimentando un circolo vizioso in grado di aggravare ulteriormente il benessere psicologico.

Ulteriori fattori culturali e sociali possono ostacolare la richiesta di supporto psicologico, favorendo la somatizzazione del disagio emotivo. Tale dinamica può tradursi in un aumento di visite mediche e accessi impropri ai servizi di emergenza, contribuendo alla medicalizzazione dei sintomi psicologici.

Ma quali sono i meccanismi biologici ipotizzati per spiegare come mai depressione e decadimento cognitivo sembrano così spesso intrecciarsi?

È noto che lo stress cronico aumenta i livelli di cortisolo in maniera costante, esercitando un effetto neurotossico sull’ippocampo, l’area dell’encefalo deputata alla memoria, accelerandone quindi la degenerazione e l’atrofia.

La diagnosi differenziale tra depressione e decadimento cognitivo non è sempre facile: tendenzialmente una persona con depressione è consapevole dei sintomi mentre l’esordio nella demenza è subdolo e spesso scarsamente identificabile nel tempo. Molte volte vi è anche la copresenza di entrambe le patologie e risulta estremamente complesso la definizione del rapporto causa-effetto.

Quindi cosa si può fare?

Il primo approccio è rappresentato dagli interventi non farmacologici. Tra questi vanno menzionati la psicoterapia, l’attività fisica e le attività sociali. Un’approfondita visita geriatrica può inoltre riscontrare precoci segni di decadimento cognitivo ed eventualmente impostare una terapia farmacologica che abbia effetto anche sull’umore. In tale visita vengono somministrati dei test neuropsicologici, che valutano eventuali segni precoci di deficit cognitivi, ed altri (ad esempio la Geriatric Depression Scale) che valutano quantitativamente la deflessione del tono dell’umore.

Prima dell’avvio della terapia è importante una valutazione multidimensionale e una visita clinica geriatrica per l’individuazione di condizioni che possono dar luogo a depressione potenzialmente trattabile (malattie organiche, condizioni socio-ambientali sfavorevoli). Nel caso venga avviata una terapia farmacologica è fondamentale considerare i possibili effetti indesiderati, utilizzare il farmaco alla dose più bassa efficace possibile ed essere consapevoli della tempistica di azione del farmaco.

I farmaci di prima scelta devono essere selezionati con attenzione in base al profilo di sicurezza, ai potenziali effetti anticolinergici ed alle interazioni farmacologiche (con altri farmaci che l’individuo potrebbe già assumere). Idealmente, il trattamento dovrebbe continuare per almeno sei mesi dopo la scomparsa dei sintomi, per poi essere sospeso gradualmente.

In conclusione, parlare di decadimento cognitivo e depressione non significa guardare all’invecchiamento con paura.

Il messaggio più importante è che memoria e umore meritano attenzione tanto quanto la salute fisica e chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma un passo importante per continuare a vivere con dignità, partecipazione e qualità la propria vita.

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Giulia Cederle e Chiara Riva sono medici in formazione specialistica, presso la scuola di Specializzazione in Gerontologia e Geriatria, Università di Milano-Bicocca.

Giuseppe Bellelli è direttore dell'Unità Operativa Complessa di Geriatria dell'IRCCS San Gerardo di Monza e Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi Milano-Bicocca.

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