Microbiota intestinale e decadimento cognitivo

… esiste davvero un legame?

Sappiamo che la salute del cervello dipende da molti fattori. Tenere sotto controllo pressione, diabete e colesterolo, non fumare, limitare il consumo di alcol e mantenersi fisicamente attivi sono alcune delle abitudini che aiutano a proteggere la salute generale e quella cerebrale.

Negli ultimi anni, però, la ricerca ha iniziato a studiare con crescente interesse un altro possibile protagonista: il microbiota intestinale, cioè l’insieme dei microrganismi che vivono nel nostro intestino.

Il motivo è semplice: intestino e cervello non sono due mondi separati. Comunicano continuamente attraverso segnali nervosi, immunitari e chimici. Questa rete di comunicazione prende il nome di asse intestino-cervello.

Ma quanto conta davvero il microbiota per la salute del cervello? E può avere un ruolo nello sviluppo di decadimento cognitivo e/o demenza? La ricerca sta cercando di rispondere proprio a queste domande.

Che cos’è il microbiota intestinale?

Nel nostro intestino vivono miliardi di microrganismi, soprattutto batteri. Nel loro insieme formano il microbiota intestinale. Questi microrganismi partecipano alla digestione e producono numerose sostanze che possono interagire con il nostro organismo. Il microbiota, inoltre, non è uguale per tutti: cambia da persona a persona ed è influenzato dall’età, dall’alimentazione, dallo stile di vita, dai farmaci che assumiamo e dal nostro stato di salute.

Diversi studi hanno confrontato il microbiota di persone con decadimento cognitivo, compresa la malattia di Alzheimer, con quello di persone senza problemi cognitivi. Sono state osservate alcune differenze nella composizione del microbiota e, in alcuni studi, anche una minore varietà di microrganismi nelle persone con deterioramento cognitivo.

Questo dato è interessante, ma non dimostra che le alterazioni del microbiota siano la causa del decadimento cognitivo. Non sappiamo ancora, infatti, se queste differenze contribuiscano alla malattia, ne siano una conseguenza oppure dipendano da altri fattori, come l’età, l’alimentazione, i farmaci o le condizioni generali di salute.

Per questo, oggi non possiamo parlare di un microbiota tipico della persona con decadimento cognitivo, né dividere semplicemente i batteri intestinali in “buoni” e “cattivi”.

Come comunicano intestino e cervello?

L’asse intestino-cervello funziona in entrambe le direzioni: l’intestino può inviare segnali al cervello e il cervello, a sua volta, può influenzare le funzioni intestinali.

I microrganismi intestinali partecipano a questo dialogo producendo diverse sostanze. Tra queste vi sono gli acidi grassi a catena corta, che possono avere effetti sul metabolismo, sul sistema immunitario e sulla barriera che protegge la parete intestinale.

Una delle ipotesi studiate riguarda la cosiddetta disbiosi, cioè un’alterazione dell’equilibrio dell’ecosistema intestinale. Secondo questa ipotesi, alcune alterazioni del microbiota potrebbero favorire una maggiore permeabilità della barriera intestinale e uno stato di infiammazione persistente. Nel tempo, questi fenomeni potrebbero avere conseguenze anche sul sistema nervoso.

È però importante sottolineare un punto: si tratta di meccanismi complessi ancora oggetto di ricerca. Non sappiamo ancora con certezza quanto pesino nello sviluppo del decadimento cognitivo e delle demenze.

Cosa ci dicono gli studi più recenti?

La ricerca sta cercando di capire se esistano microrganismi intestinali associati a un rischio maggiore o minore di sviluppare alcune forme di demenza. Uno studio recente, in questa prospettiva, ha esaminato oltre 200 gruppi di microrganismi intestinali e la loro possibile relazione con cinque forme di demenza, tra cui la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare. Sono emerse diverse associazioni, che non erano uguali per tutte le forme di demenza. Alcuni gruppi di microrganismi risultavano associati a una maggiore probabilità di malattia, altri a una probabilità minore. Anche in questo caso, però, associazione non significa causa. Questi risultati non dimostrano che un determinato batterio provochi la demenza o, al contrario, possa prevenirla. Sono indizi utili per orientare nuove ricerche.

Possiamo fare un esame del microbiota per conoscere il nostro rischio?

Al momento, no. Non esiste un esame del microbiota intestinale che permetta di stabilire in modo affidabile il rischio individuale di sviluppare decadimento cognitivo o demenza.

Allo stesso modo, non abbiamo ancora trattamenti mirati al microbiota — per esempio specifici probiotici o integratori — che abbiano dimostrato di poter prevenire la demenza.

Questo non significa che prendersi cura dell’intestino non sia importante. Significa semplicemente che le conoscenze scientifiche disponibili non permettono ancora di utilizzare il microbiota come strumento per prevedere o prevenire il decadimento cognitivo.

Cosa possiamo fare, allora?

Le indicazioni più utili sono anche quelle più semplici.

Un’alimentazione varia ed equilibrata, ricca di verdura, frutta, legumi, cereali integrali e altre fonti di fibre, favorisce generalmente la salute dell’intestino e una maggiore varietà del microbiota.

In particolare, la dieta mediterranea è associata a numerosi benefici per la salute cardiovascolare e metabolica. Gli studi suggeriscono inoltre che possa favorire una composizione più diversificata del microbiota e la produzione di sostanze utili all’organismo.

Non dobbiamo però pensare che esista un singolo alimento, un probiotico o un batterio capace di “proteggere il cervello”. La salute cerebrale dipende dall’insieme delle nostre abitudini e delle nostre condizioni di salute.

In conclusione

Intestino e cervello sono più strettamente collegati di quanto si pensasse fino a pochi anni fa. Nelle persone con decadimento cognitivo sono state osservate alcune alterazioni del microbiota, ma non sappiamo ancora se queste alterazioni siano una causa, una conseguenza della malattia o entrambe le cose.

La ricerca sull’asse intestino-cervello è molto attiva, ma è ancora troppo presto per utilizzare il microbiota per diagnosticare o prevenire la demenza.

Il messaggio pratico, quindi, rimane semplice: prendersi cura del cervello significa prendersi cura dell’intero organismo.

Mangiare in modo equilibrato, mantenersi fisicamente attivi, non fumare, limitare l’alcol e tenere sotto controllo pressione, colesterolo, diabete e gli altri fattori di rischio cardiovascolare sono, oggi, azioni concrete per favorire un invecchiamento in salute. Prendersi cura dell’intestino può far parte di questo percorso, senza attribuirgli però proprietà che la scienza non ha ancora dimostrato.

Per chi vuole approfondire:

Ferreiro “Gut microbiome composition may be an indicator of preclinical Alzheimer’s disease” del 2023

Tana C “Gut Microbiota, Mild Cognitive Impairment and Dementia: A Systematic Review” del 2025

Lista “Gut microbiota in Alzheimer’s disease: Understanding molecular pathways and potential therapeutic perspectives” del 2025

Ticinesi “The interaction between Mediterranean diet and intestinal microbiome: relevance for preventive strategies against frailty in older individuals” del 2024

 

Condividi questo articolo

Luca Ippoliti e Chiara Riva sono medici in formazione specialistica, presso la scuola di Specializzazione in Gerontologia e Geriatria, Università di Milano-Bicocca.

Giuseppe Bellelli è direttore dell'Unità Operativa Complessa di Geriatria dell'IRCCS San Gerardo di Monza e Professore Ordinario di Gerontologia e Geriatria presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi Milano-Bicocca.

Lascia un commento