Assistente Spirituale

Incontriamo Caterina Giavotto all’Hospice Casa Vidas.

Caterina è Assistente Spirituale di VIDAS e responsabile progetti di cura dell’Unione Buddhista Italiana.

Cosa fa un Assistente Spirituale?

È una figura prevista dalle linee guida della Società Italiana per le Cure Palliative, quei trattamenti, cioè, che non curano la causa di una malattia ma ne controllano e alleviano i sintomi, il dolore prima di tutto ma non solo, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita attraverso un accompagnamento multidisciplinare.

L’Assistente Spirituale è parte di questo supporto: aiuta ad affrontare la paura, la solitudine e le grandi domande di senso legate alla malattia e al fine vita, indipendentemente dal credo religioso.

Che cos’è la spiritualità?

È una dimensione interiore che abbiamo tutti. Non va intesa solo come religiosità o fede, ha più a che fare con la percezione di qualcosa che è più grande di noi e del nostro vivere. C’è una grandissima connessione con la ricerca di senso.

L’Assistenza Spirituale non è solo conoscenza perché sarebbe come voler capire la danza solo leggendo i libri sull’argomento e le vite dei grandi ballerini; se non balli non puoi sentire l’emozione, la fatica, la gioia per la fluidità dei movimenti. Certo, la conoscenza è fondamentale: delle religioni, delle tecniche di ascolto e di parola, di quello che accade dentro alle persone quando improvvisamente capiscono che stanno per morire e di come questa consapevolezza si intrecci con la loro storia, i valori profondi, la religione, creando un marasma interno che può travolgere.

Ricordo una signora di 62 anni che mi venne segnalata dalla psicologa. “Ha chiesto di parlare con un frate”, mi disse. Io ero un po’ perplessa ma ci andai. La signora era profondamente cattolica e parlando con lei ho sentito da subito una grande sofferenza: “Ho paura che Gesù non mi abbia perdonato quello che ho fatto”. Mi raccontò che 40 anni prima si era procurata due aborti in una situazione in cui non aveva assolutamente alternative. Io le parlai dell’amore e del perdono con le parole del vangelo perché erano quelle che lei conosceva e voleva sentire. Abbiamo meditato insieme su Gesù a braccia aperte che le sorrideva e la perdonava; poi ho immaginato un piccolo rito in cui i figli non nati, simboleggiati da due boccioli di magnolia, venivano liberati in un fiume per essere offerti a Gesù affinché potessero nascere in un’altra vita. Si è tranquillizzata ed è morta più serena.

È possibile morire sereni?

Un po’ più sereni sì. Bisogna aver fatto pace con sé stessi, con gli altri, con la realtà. Il 50% del problema è lo shock della sorpresa: capire “improvvisamente” che stai per morire. È difficile chiudere bene all’ultimo momento: troppa paura, troppa rabbia, troppe cose, troppo poco tempo.  

Quando a 48 anni mi hanno diagnosticato un tumore al seno non è che abbia fatto salti di gioia, ma non ho nemmeno avuto una reazione di rabbia e di rifiuto, e non perché io sia in qualche modo speciale, ma perché la possibilità che avrebbe potuto accadere era nei miei pensieri da molto tempo.

Ho incontrato il buddhismo da giovane grazie a mia madre. Nel buddhismo la cura a familiarizzare con la realtà della malattia, dell’invecchiamento, della morte è molto insistita. La meditazione sulla morte, diceva il Buddha, è come l’orma dell’elefante: contiene tutte le altre. Fino a 50-60 anni fa questa consapevolezza era presente anche nel cristianesimo: era il “memento mori”, che non è un pensiero lugubre ma un potente esercizio filosofico e spirituale che ti chiede di vivere bene oggi, non di aspettare un domani che potrebbe non esserci.

Nella mia esperienza niente può aiutare a contenere la disperazione come il percorso che si è compiuto in vita, ognuno il suo, dando seguito e consistenza alla propria spiritualità, religiosa o laica che sia.

Qui in VIDAS ho trovato etnie più in contatto con la morte di noi europei. Più religiose o tradizionaliste o semplicemente con minore accesso alle cure, dove il morire è un passaggio naturale che si giustappone alla nascita e non si contrappone alla vita come noi spesso pensiamo.

Qual è stato il tuo percorso professionale?

Ho lavorato per vent’anni in una casa editrice, ero Capo Redattore e il lavoro mi piaceva ma non mi bastava. Volevo fare qualcosa di concreto per aiutare gli altri ma non sapevo cosa. Mentre lavoravo ho cominciato a fare volontariato qui in VIDAS.

La decisione è stata accelerata dal mio tumore, un lungo e difficile percorso di cure, tante operazioni dall’esito incerto. Ho pensato: ma cosa sto aspettando? Quando? Chi mi dice che domani ci sarò ancora o che tra 10 anni avrò la voglia e la forza di cambiare vita?

Ne ho parlato con mio marito e mi sono licenziata. Avevo 52 anni. Non ho cercato un altro lavoro, mi sono rimessa a studiare e ho continuato a fare la volontaria qui in Vidas, dove poi mi hanno proposto il ruolo di assistente spirituale e contemporaneamente l’Unione Buddhista Italiana mi ha chiesto se volevo occuparmi dei corsi e dei progetti nell’ambito della cura.

Cosa pensi della tua vita oggi?

Penso che offrire un ascolto dedicato e uno sguardo diverso sulla ricerca di senso e la paura dell’ignoto a persone che stanno vivendo una fase di grande fragilità possa essere utile.

Penso alla mia vita come a un fiume carsico che è andato giù e poi è tornato in superficie. Evidentemente avevo bisogno di questa lunga maturazione e lo accetto con grande affetto per me stessa.

Foto di Natalia_Kollegova da Pixabay

Condividi questo articolo

Psicologo. Dopo più di 40 anni di lavoro nelle organizzazioni ha deciso di dedicare il suo tempo alla famiglia e allo studio delle religioni e della spiritualità nel mondo.

Lascia un commento