Dare un senso al mondo, è il nostro cervello che lo chiede

Intervista a Giuseppe Pagnoni.

Giuseppe Pagnoni è attualmente Professore Associato presso il Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Abbiamo chiesto al prof. Pagnoni perché cerchiamo di dare un senso al mondo e alla nostra vita e perché nelle situazioni di cambiamento, specie quello non voluto, è così difficile adattarsi.

Giuseppe Pagnoni

Professore, la ricerca di senso, cioè di una logica che guidi i comportamenti verso “lo star bene” sia fisico che mentale, è una caratteristica degli esseri viventi?

Non abbiamo certezze per quanto riguarda gli animali, ma è indubbio che anche per questi sopravvivere significa necessariamente comportarsi nella maniera “giusta”, cioè adottando strategie che siano coerenti sia con le necessità vitali della propria specie sia con le caratteristiche del loro ambiente. Ciò è possibile solo se si ha una “idea” riguardo a come funziona il mondo.

Il nostro “star bene” in quanto umani è più complesso poiché le nostre aspettative sono anche di carattere esistenziale, includendo l’idea che abbiamo di noi stessi e del nostro ruolo nel mondo.

Le teorie più recenti sul funzionamento della mente si basano su due aspetti cruciali. Il primo è la capacità  di procurarci autonomamente le sensazioni più piacevoli. Cioè non siamo vincolati a subire quelle dell’ambiente in cui siamo ma cerchiamo attivamente quelle per noi più gratificanti.

Il secondo è la natura predittiva della mente, che per essere più veloce non si limita a rispondere a quello che succede intorno a noi ma cerca di anticiparlo. Tali previsioni dipendono da un insieme continuamente revisionato di idee o “aspettative” riguardo al mondo esterno e a noi stessi   Queste aspettative sono alla base della nostra sopravvivenza. Mantenersi in vita equivale a minimizzare le sorprese, come per un pesce evitare di trovarsi inaspettatamente fuori dall’acqua.

Quando e come si formano le credenze?

Parte sono certamente ereditate geneticamente. Tuttavia, la maggioranza si formano durante lo sviluppo e sono passibili di revisione nel corso di tutta la vita. Di fatto, ogni azione che compiamo ha non solo un fine “pragmatico”, cioè quello di procurarci le sensazioni che preferiamo, ma anche un fine conoscitivo: tramite esse “interroghiamo” il mondo riguardo all’accuratezza delle nostre credenze e le modifichiamo di conseguenza secondo ciò che il mondo ci “risponde” attraverso i nostri sensi.

Se è vero che cerchiamo di minimizzare le sorprese, perché non ci ritiriamo in una stanza buia dove non succede mai niente?

In realtà il nostro organismo sa di vivere in un mondo mutevole. In tale contesto, al fine di minimizzare la sorpresa sul lungo termine e dunque mantenersi vivi, diviene imperativo esporsi temporaneamente a situazioni nuove in maniera da arricchire e migliorare le idee che abbiamo del mondo e di noi stessi.  La curiosità è una caratteristica costitutiva della nostra natura.

Che ruolo giocano memoria e immaginazione nella costruzione delle aspettative?

In quanto esseri umani, il nostro modello del mondo è caratterizzato da un notevole “spessore temporale”: siamo in grado cioè di proiettare nel futuro le nostre aspettative ben oltre la situazione presente (è ciò che facciamo quando scegliamo una qualsiasi linea d’azione a medio o lungo termine) e, similmente, possiamo guardare al passato anche remoto cercando di reperirvi le cause della situazione attuale. Inoltre, la nostra capacità immaginativa ci permette di esplorare “virtualmente” scenari diversi rispetto a quelli presenti qui ed ora, e questo ha una enorme valenza adattativa.

Sembra tutto molto efficace, dov’è il problema?

Tipicamente, dopo il raggiungimento dell’età adulta, il nostro modello del mondo (e di noi stessi) tende a diventare meno flessibile. Spesso applichiamo le stesse lenti interpretative a situazioni nuove, e quando il mondo ci restituisce una risposta non conforme alle nostre aspettative tendiamo ad ignorarla. Questa capacità di “costruire” la nicchia in cui viviamo confermando le nostre rappresentazioni per minimizzare la sorpresa, è una grande opportunità ma potenzialmente anche un grande problema.

In un mondo mutevole l’eccessiva fiducia nel proprio modello non è adattativa. Inoltre, il divario che si genera tra le nostre aspettative e il mondo viene percepita emotivamente in senso negativo e può essere causa di un malessere esistenziale. Ricordiamoci che le aspettative sono relative sia al mondo esterno sia al nostro ruolo in esso.

Vediamo se ho capito. Per gli esseri umani dare un senso al mondo è necessario per fare le cose giuste al fine di “stare bene”, ma il mondo e noi stessi cambiamo continuamente e le nostre rappresentazioni, cioè i modelli sulla base dei quali agiamo, dovrebbero adattarsi altrettanto velocemente. Questo però è faticoso e se possiamo farne a meno il nostro cervello è più contento. Come se ne esce?

Non possiamo evitare di essere condizionati dalle nostre credenze più di quanto l’acqua possa evitare di prendere la forma del contenitore.  E tuttavia le credenze sono modificabili. Per evitare un irrigidimento cognitivo e comportamentale è necessario fare esperienza del nuovo e del diverso, rimanere aperti curiosi e disponibili, accettare un certo grado di incertezza per ciò che non risulta ancora perfettamente definito secondo le nostre categorie preesistenti e non cercare sempre di avere tutto sotto controllo arrivando ad ignorare i segnali di non conformità.

È certamente vero che noi cerchiamo ordine e continuità e quindi rifuggiamo dal “caos”, ma paradossalmente il modo migliore per difenderci da esso è sperimentare occasionalmente, con un rischio controllato, l’imprevisto perché questo rende flessibili e adattive le nostre rappresentazioni e le aspettative.

Non è forse un caso che nel pensiero di diverse tradizioni religiose e spirituali viene indicata la necessità di “fare un passo indietro”, di cercare di recuperare almeno in parte la freschezza cognitiva (l’apertura al non conosciuto) del bambino, di adottare un atteggiamento “da apprendista” che guarda e ascolta tutto con grande attenzione ed è pertanto capace di apprendere il nuovo.

Insomma: per difendersi dal mondo che cambia bisogna frequentarlo.

Un mito molto diffuso sul cervello sostiene che ne utilizzeremmo solo il 10% e che dunque dovremmo apprendere come utilizzarne “di più” per migliorare la nostra esistenza. Oggi sappiamo che questo non è vero perché il cervello è costantemente in attività.

Per vivere meglio forse la sfida sta invece nel cercare di mantenere sempre una piccola dose di scetticismo riguardo alle nostre credenze consolidate, così che l’apertura a nuove possibilità di conoscenza e di azione non ci sia preclusa.

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Foto footprints di Ulrike Mai da Pixabay

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Psicologo. Dopo più di 40 anni di lavoro nelle organizzazioni ha deciso di dedicare il suo tempo alla famiglia e allo studio delle religioni e della spiritualità nel mondo.

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