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Salute

Le vaccinazioni nelle persone anziane

Mai come in questo periodo storico le vaccinazioni sono state oggetto di critica. Le informazioni che possiamo trovare a tal proposito sono numerose e spesso non proprio corrette. Proviamo a fare un po’ di chiarezza.

Photo by CDC on Unsplash

Innanzitutto, perché ci vacciniamo?

Le vaccinazioni costituiscono uno dei più potenti strumenti di prevenzione delle infezioni a disposizione della sanità pubblica, proteggendoci da malattie gravi e potenzialmente mortali, ma anche da malattie più comuni (come il morbillo) che pure possono avere importanti complicanze. Non bisogna dimenticare che fu proprio grazie alla vaccinazione che il vaiolo, malattia che mieteva migliaia di vittime nel secolo scorso, è stato dichiarato eradicato nel 1980 e la poliomielite, altra malattia con un carico di complicanze molto elevato, è in via di eliminazione.

Secondo il Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019, le vaccinazioni indicate e fortemente raccomandate per le persone con età maggiore di 65 anni sono:

  • la vaccinazione anti-influenzale
  • la vaccinazione contro lo Streptococcus Pneumoniae
  • la vaccinazione contro l’Herpes zoster

Il virus dell’influenza colpisce ogni anno milioni di cittadini, soprattutto anziani, complicando e peggiorando sovente una condizione clinica di base. Nello scorso secolo, il virus dell’influenza è stato responsabile di almeno due grandi pandemie, la cosiddetta “spagnola” che nel triennio 1918-1920 interessò circa 500 milioni di persone in tutto il mondo provocando circa 50 milioni di morti e la cosiddetta “asiatica” che negli anni 1957-60 fece circa due milioni di morti. Grazie alle vaccinazioni, pandemie da influenza non si sono più ripresentate. La vaccinazione anti-influenzale va ripetuta ogni anno, sia perché la protezione indotta dal vaccino perdura solo per un periodo limitato (6-8 mesi), sia perché i ceppi virali circolanti cambiano ogni anno. La vaccinazione non soltanto è in grado di ridurre l’insorgenza di complicanze post-infettive (quali infezioni batteriche più gravi) e ospedalizzazioni, ma anche di evitare il peggioramento clinico di patologie coesistenti quali diabete, malattie cardiovascolari e neoplasie. È stato infatti dimostrato che la vaccinazione anti-influenzale si associa ad un miglior decorso clinico ed a un minor rischio di ospedalizzazione in pazienti portatori di queste patologie.

Lo Streptococcus Pneumoniae (pneumococco) è il batterio principalmente responsabile delle polmoniti insorte in ambiente extra-ospedaliero. La polmonite da pneumococco rappresenta la forma più grave di polmonite negli anziani che vivono al domicilio. Il rischio di polmonite aumenta in presenza di concomitanti patologie croniche, quali diabete, scompenso cardiaco o respiratorie croniche, facilitando l’aggravarsi del quadro clinico generale. La vaccinazione contro lo Streptococcus Pneumoniae prevede la somministrazione del vaccino 13-valente coniugato, seguito dopo un intervallo minimo di 8 settimane, dal vaccino 23 valente polisaccaridico, nella popolazione di età maggiore di 65 anni e in soggetti ad alto rischio di contrarre l’infezione (quali cardiopatici o diabetici). Questa vaccinazione può essere offerta simultaneamente alla vaccinazione anti-influenzale oppure essere somministrata anche indipendentemente e in qualsiasi stagione dell’anno, in dose singola. È sufficiente effettuare la vaccinazione una sola volta nella vita.

L’Herpes Zoster, anche noto come fuoco di Sant’Antonio è causato dal virus della Varicella-zoster. Il primo contatto con il virus provoca la varicella, la maggior parte delle persone guarisce rapidamente, ma il virus rimane latente nelle cellule nervose. In condizioni di particolare stress psicofisico il virus può riattivarsi e causare Herpes zoster. È una condizione molto dolorosa e gravemente disabilitante per il soggetto che ne risulta colpito L’incidenza è elevata negli anziani in quanto spesso tali soggetti presentano difese immunitarie più deboli a causa di concomitanti patologie. La vaccinazione contro l’Herpes zoster è in grado di ridurre significativamente l’incidenza di Herpes zoster e di nevralgia post-erpetica, complicanza frequente e temibile, caratterizzata dalla persistenza del dolore dopo tre mesi dall’eruzione cutanea tipica dell’infezione.

In questo autunno 2020 appare ancora più importante promuovere le vaccinazioni. Il Ministero della Salute ha infatti ricordato che è probabile una co-circolazione di virus influenzale e COVID19; da qui l’importanza della vaccinazione anti-influenzale, non soltanto per semplificare la diagnosi dei casi sospetti, ma anche perché studi recenti hanno evidenziato che la risposta immunitaria prodotta dalle vaccinazioni (tutte) garantisce una maggior protezione nei confronti di agenti virali di qualsiasi tipo, tra cui anche il COVID-19. È inoltre chiaro dalla letteratura scientifica che i benefici delle vaccinazioni vanno ben oltre il gruppo di popolazione target delle vaccinazioni stesse: il livello di protezione della collettività modifica indirettamente anche il livello di protezione di gruppi di persone che non ricevono la vaccinazione. Le malattie infettive e le pandemie si diffondono a causa della scarsa immunità di massa, sia per una scarsa copertura vaccinale nei bambini che per una ridotta aderenza al piano vaccinale anche negli adulti.

A proposito del COVID19, è disponibile un vaccino?

In commercio, non è ancora disponibile un vaccino contro il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 che causa la malattia COVID-19. La nascita di un vaccino deve essere necessariamente preceduta da studi rigorosi per valutarne efficacia e sicurezza. Generalmente lo sviluppo richiede almeno 10 anni, se non tempi più lunghi. Tali tempistiche appaiono decisamente troppo lunghe in considerazione dell’attuale emergenza ed è per questo che le aziende farmaceutiche e numerosi Stati hanno promosso lo studio di varie tipologie di vaccini con meccanismi d’azione diversi cercando di stringere i tempi delle sperimentazioni. Si tratta tuttavia di procedimenti complessi: i potenziali vaccini vengono testati su animali in laboratorio e sull’uomo, ricorrendo a volontari, al fine di valutare la sicurezza e la loro capacità di innescare una risposta immunitaria in funzione della dose iniettata. Con quest’ultima si intende la capacità di indurre la produzione di una risposta nell’organismo che riceve il vaccino, rappresentata dalla formazione di anticorpi che costituiscono “la memoria attiva” del nostro sistema immunitario, pronti ad entrare in azione al riconoscimento del loro bersaglio antagonista.

La disponibilità di un vaccino contro l’agente virale responsabile del COVID-19 avrebbe implicazioni rilevantissime soprattutto per le persone anziane, dato che è proprio in queste categorie di individui che il COVID-19 ha mietuto il maggior numero di vittime. Pensiamo soltanto ai vantaggi di poter vaccinare tutti gli anziani residenti in RSA! Taluni obiettano che il vaccino potrebbe essere meno efficace nelle persone anziane dato che il sistema immunitario è spesso meno efficiente. Non è oggi possibile portare dati a supporto o contro questa teoria: va però segnalato che alcune sperimentazioni di vaccino attualmente in corso hanno arruolato un numero rilevante di individui con età > 75 anni, proprio per verificare questa ipotesi. Tra qualche mese avremo dunque la risposta. Nel frattempo, tuttavia, possiamo ragionevolmente ipotizzare che anche una risposta parziale al vaccino potrebbe comunque garantire un decorso di malattia meno grave e un tasso di complicanze inferiore anche nei soggetti anziani e molto anziani.

Si comprende dunque l’importanza di caldeggiare le vaccinazioni anche e soprattutto tra gli anziani. Le vaccinazioni rappresentano forse uno degli atti più concreti di solidarietà sociale, in quanto non soltanto proteggono la nostra persona, ma anche persone che non possono essere vaccinate in quanto troppo giovani o perché presentano controindicazioni al vaccino stesso.

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