Volevo essere un uomo

 

Lidia Ravera, Volevo essere un uomo, Einaudi, 2025.

Lidia Ravera torna ai suoi lettori con una novità. Dopo i romanzi degli ultimi anni pubblica un saggio: Volevo essere un uomo.

Definire questo libro non è facile, l’Autrice stessa lo sottolinea nella sua pagina Facebook: «Lo definisco “libro” perché non è un romanzo. È un oggetto misterioso. Una confessione, una perorazione. Una ricognizione.»

La forma è il dialogo con sé stessa: l’adulta di oggi narra il suo percorso di vita a Lidia bambina e poi, attraversando i passaggi chiave della esistenza, all’adolescente, alla ragazza ribelle e indipendente, e, infine, alla donna ormai matura, ma ancora tormentata e inquieta.

Il racconto della vita privata di Lidia Ravera, nata a Torino nel 1951, non può prescindere dalla storia politica e sociale degli ultimi 70 anni e la Ravera ne è stata partecipe appassionata.

Chi di noi ha vissuto quegli anni si ritroverà nel racconto dei mutamenti velocissimi, delle tensioni sociali e politiche, delle profonde contraddizioni.

Secondo Ravera, gli uomini si sono districati meglio in questo mondo complesso, e lei avrebbe voluto essere un uomo.

Si può essere più o meno d’accordo con questa tesi, peraltro sfidante e provocatoria, fatto sta che essere donna ha significato uno svantaggio per molte.

Auguri e figli maschi si augurava negli anni 50 alle giovani coppie, e alla piccola Lidia, che aveva già una sorella, la madre aveva buttato lì con leggerezza: «Certo potevi almeno essere un maschietto, visto che la femmina ce l’avevamo già».

Lidia bambina si sentiva esclusa dalla parte più interessante della vita e confinata agli stereotipi del suo sesso:

«Le bambole erano per lo più bebè. Le bambine dovevano sognare di diventare mamme. Per forza. A te piacevano i soldatini, ma non potevi certo dirlo».

Da adolescente, ha avvertito subito l’urgenza di andarsene da casa e la sua esperienza risuona familiare a tante di noi, in fuga da famiglie considerate soffocanti, in confronto con il nuovo che avanzava.

In questo suo diario personale e politico, Ravera affronta la maternità, che per lei è stata del corpo – il figlio biologico – e del cuore, con l’adozione della figlia della sorella, morta giovane.

C’era la necessità di conciliare il ruolo materno con quello politico e professionale, e c’era la ferma intenzione di sottrarsi al modello delle madri: Lidia Ravera ci è riuscita, e oggi vive con consapevolezza il suo essere nonna.

La nostra generazione, e soprattutto le donne che ne fanno parte, hanno ridisegnato i vecchi ruoli femminili, e Ravera ci dimostra che è possibile, o almeno, per lei lo è stato.

L’ultima sfida è la vecchiaia: non ci è stato insegnato a immaginarla. Per citare la stessa Ravera, non eravamo «la generazione che doveva restare giovane per sempre»? Dunque, ci tocca inventarla, o reinventarla, e lei lo sta facendo.

È una donna realizzata nella professione, appagata negli affetti, noncurante dei mutamenti del corpo. Il pensiero della vecchiaia e della morte non la tormenta più di tanto: ha iniziato a pensarci fin da bambina.

Alla fine del libro, rimango con una domanda: ma davvero Lidia Ravera voleva essere un uomo?

Se penso all’amore con cui ha tratteggiato le figure femminili nei suoi romanzi, ho qualche dubbio!

Lidia Ravera ha pubblicato più di 30 romanzi e numerosi saggi, racconti, sceneggiature e opere teatrali.

Guarda l’intervista a Lidia Ravera 

Osservatorio Senior ha recensito: Age Pride, Avanti parla, Tempo con bambina, L’amore che dura, Il terzo tempo, Gli scaduti.

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Psicologa psicoterapeuta, cura il blog www.patriziabelleri.it Per Osservatorio Senior propone le recensioni di libri che ha letto e che le sono piaciuti.

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