Ageismo: se lo conosci lo eviti
Con il termine ageismo, mutuato dall’inglese ageism, si intende un pregiudizio o una discriminazione basati sull’età.
Questo è il primo di tre articoli dedicati al tema: partirò con lo spiegare in questo pezzo attraverso quali meccanismi operi l’ageismo, proseguirò, nel secondo pezzo, col suggerire come difendersi e, nel terzo, ragionerò sulla pericolosa intersezione tra ageismo e genere.
Un -ismo di solito è un pregiudizio
Un -ismo come tutti gli altri, ma più “democratico”. Come altri -ismi (razzismo, sessismo, ecc.) fa leva sugli stereotipi che attribuiscono a chi appartiene a un gruppo, per esempio quello delle donne o degli anziani, precise caratteristiche.
Quando si sente dire che le donne sono emotive ed empatiche o che gli anziani sono lenti e saggi, si tratta di stereotipi, cioè di sovra-generalizzazioni che fanno “di ogni erba un fascio” sulla base del gruppo a cui la persona appartiene. Notate che si tratta di stereotipi anche quando l’attribuzione è positiva: conta come viene attribuita la caratteristica, cioè sulla base dell’appartenenza a un gruppo e non della conoscenza diretta.
Un -ismo particolare
Ma l’ageismo ha una caratteristica peculiare: è democratico, nel senso che non risparmia nessuno.
Siamo tutti inizialmente giovani e ci sentiamo dire: “Sei capace, ma devi ancora maturare” (come se tutti maturassero alla stessa velocità) e, se le cose vanno bene, diventiamo tutti anziani e veniamo tacciati di avere, sì, esperienza, ma scarse energie.
Il denaro e il potere sono, come sempre, fattori mitiganti, ma subire l’ageismo sembra essere il destino di tutti.
Non così si può dire per gli altri -ismi, che di solito colpiscono gruppi distinti da quelli dei perpetratori e identificati chiaramente da caratteristiche immutabili o molto raramente cambiate nel corso della vita (ad esempio la razza e il genere).
In questo senso, un giovane che fa un commento ageista, lo sta facendo anche contro il proprio io-futuro.
Dai pregiudizi alle discriminazioni, il passo è breve.
I pregiudizi sono giudizi dati in anticipo, cioè senza avere analizzato bene la situazione. Si tratta di atteggiamenti, spesso di tipo emotivo, che derivano dagli stereotipi.
Se, per esempio, lo stereotipo vuole che dopo i 60 anni si faccia fatica a imparare cose nuove e a stare al passo con le tecnologie, il pregiudizio conseguente potrebbe essere che i sessantenni non sono adatti a progetti innovativi. Da questo pregiudizio potrebbero scaturire discriminazioni, per esempio l’esclusione da certi progetti o dalla formazione.
Il nemico dentro di noi.
Il pregiudizio rischia di venire interiorizzato da chi ne è vittima con due effetti.
Il primo è una diminuzione della performance. Come è stato documentato da Claude Steele per primo, la paura di confermare uno stereotipo negativo può peggiorare le prestazioni reali delle persone. In pratica, è sufficiente sapere che il pregiudizio esiste e temere di essere giudicati attraverso quella lente per rischiare di avere una ricaduta psicologica negativa che intacca la performance.
Il secondo effetto è di portare all’auto-esclusione. Chi si sente poco gradito e apprezzato, evita di candidarsi per risparmiarsi il dispiace di essere respinto. Chi sa di essere visto come lento nell’apprendere, farà fatica a trovare il coraggio di farsi avanti per partecipare a un corso. Così, purtroppo, il pregiudizio si rafforza nei perpetratori e nelle vittime. E’ la profezia che si auto-avvera attraverso il diabolico meccanismo che ho descritto.
Chi perde? Sicuramente coloro che vengono discriminati, ma anche le organizzazioni e la società che disperdono energia e talento.
Via la testa e via la coda.
Le fasce di età più colpite dalla catena che parte dagli stereotipi di età per “scaricare a terra” in vere e proprie dinamiche di esclusione, sono gli over-60 e gli under-30. È come se la società prediligesse la fascia anagrafica intermedia, che, avendo superate le presunte limitazioni della giovinezza, non sarebbe ancora incappata in quelle inevitabili dell’età più avanzata.
Una vecchia pubblicità della grappa recitava: “Via la testa e via la coda”. L’implicazione era che la parte centrale è l’unica con cui si realizza un buon prodotto. Quello che piace alla società, perché considerato la parte migliore, è solo il “cuore” delle età anagrafiche.
Non posso sposare questa logica, a nessuna condizione, ma faccio notare che, per di più, non si è nemmeno aggiornata opportunamente la definizione di “cuore”. In molti contesti, per esempio in quello organizzativo, esso si considera ancora delimitato superiormente dai 50-55 anni. Per fortuna un numero sempre maggiore di organizzazioni, come testimoniato dai più recenti dati sull’occupazione e sulle assunzioni, inizia a capire che questo modo di pensare è anacronistico nell’era della longevità, a implementare politiche age-friendly e a farne un elemento della loro proposta ai lavoratori.
Stare al centro non è poi così comodo.
La narrazione ageista danneggia un po’ tutti: non solo perché tutti la subiscono prima o poi, ma anche perché mette pressione sulla parte centrale della vita. E’ come se in quei venti-trent’anni tutto dovesse compiersi e tutto insieme: usciti dalla palude della giovinezza, occorre affrettarsi e approfittare del momento di grazia perché, poi, “i giochi sono fatti”.
Nell’era della longevità i giochi potrebbero continuare per un bel po’ oltre la soglia dei 60.
Inoltre, chi si trova al centro della vita, anziché sentirsi come un giocoliere che deve realizzare un numero difficilissimo sotto gli occhi di tutti, potrebbe godere di più di alcuni momenti irripetibili della vita e, anche se non ottiene tutti i successi sperati entro la fatidica soglia, potrebbe non perdere la speranza di realizzare qualcosa di significativo dopo.
Credo sia chiaro che, nell’interesse dei senior e della società, occorre combattere l’ageismo, ma, per questo, vi do appuntamento al prossimo articolo.
Foto coppia di spalle: designed by freepik Foto uomo al computer di Ron Lach da pexels
Vuoi leggere altri articoli sul tema dell’ageismo pubblicati in passato su Osservatorio Senior? Vedi di seguito
https://osservatoriosenior.it/2024/07/leta-non-definisce-le-persone/ di Odile Robotti
https://osservatoriosenior.it/2023/03/age-pride/ di Patrizia Belleri, riferito a Age Pride di Lidia Ravera
https://osservatoriosenior.it/2023/03/il-rifiuto-dei-cliche-sulla-vecchiaia/ intervista a prof Marco Trabucchi di Arianna Rolandi
https://osservatoriosenior.it/2022/05/donne-senior-nel-mercato-del-lavoro/ di Isabella Grandi
https://osservatoriosenior.it/2019/12/vecchio-no-grazie/ di Arianna Rolandi
Odile Robotti è amministratrice unica di Learning Edge srl e autrice (“Il Talento delle Donne”, “Il Magico Potere di Ricominciare” e "I migliori cinquant'anni"). Riflette sul ruolo dei senior nell'era della longevità e li aiuta a reinventarsi. E' convinta che la seconda metà della vita sia la migliore.












