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Rapporti intergenerazionali

Collaborare tra generazioni rende vincente l’Italia

L’Italia è uno dei paesi sviluppati che maggiormente hanno lasciato crescere accentuati squilibri generazionali. Questi squilibri costituiscono un rilevante freno allo sviluppo competitivo dell’economia, rendono meno stabile il sistema di welfare pubblico, alimentano diseguaglianze sociali e territoriali.

Ma per tornare a crescere in termini di ricchezza economica e di benessere sociale la risposta più che dal conflitto deve arrivare dalla proficua collaborazione tra generazioni, che però deve avere come principale attenzione quello che di nuovo i giovani possono dare anziché – come è spesso avvenuto sinora nel nostro Paese – quello che gli anziani possono conservare. Le generazioni più mature dovrebbero spostarsi dalla difesa di quanto raggiunto nel passato, al mettersi a disposizione per consentire alle nuove generazioni di disporsi in ruoli d’attacco verso il futuro. Solo con questa strategia di base è possibile un gioco di squadra vincente.

Partiamo dai dati e dai rischi dello squilibrio per poi arrivare alle opportunità della collaborazione tra età e generazioni diverse.

Un primo squilibrio da gestire è quello demografico. Già oggi i 30enni sono un terzo in meno (comprendendo anche l’impatto dell’immigrazione) rispetto ai 50enni. Un secondo squilibrio che pesa sulle nuove generazioni è quello del debito pubblico, che ha a monte un patto generazionale disatteso e che a valle rende più incerto il percorso di sviluppo del paese. Le nuove generazioni si trovano con meno condizioni per produrre ricchezza ma con maggiori costi da sostenere.

Questi squilibri si possono gestire e superare solo passando dalla preoccupazione dei rischi legati a vincoli e costi, all’investimento sulla capacità di produrre ricchezza e benessere delle nuove generazioni in tutto il loro corso di vita. Che questo non lo stiamo oggi facendo con successo lo mostra non solo il tasso di disoccupazione giovanile, in diminuzione ma che continua ad essere tra i più alti in Europa, ma soprattutto il tasso di Neet (i giovani usciti dal sistema di istruzione ma non entrati nel sistema produttivo). Il macigno di inattivi trentenni rischia di pesare negativamente sul futuro collettivo più del debito pubblico (per mancato contributo alla crescita e per costo sociale). Tra chi poi ha un lavoro, la condizione è spesso instabile ma soprattutto le retribuzioni sono mediamente basse.

Squilibri come quelli prodotti nel nostro paese non si possono superare, tornando a generare crescita, se non mettendo virtuosamente e sinergicamente in campo tutte le forze mobilitabili. Il primo punto è quello della piena valorizzazione del capitale umano delle nuove generazioni. Anche portando, però, a livelli medi europei l’occupazione giovanile, il rapporto tra popolazione anziana e popolazione attiva rimarrebbe comunque uno dei peggiori nel mondo sviluppato (per la nostra demografia più debole). Dobbiamo quindi nel contempo valorizzare maggiormente una componente che sarà sempre più abbondante nei prossimi decenni, ovvero gli adulti più maturi (55-64) e i senior (65-74 anni).

Diventa quindi strategico aumentare le potenzialità di pieno impiego dei giovani ma anche favorire un meno anticipato ritiro degli anziani. Fortunatamente questo sta avvenendo non solo per la riduzione delle nascite ma anche per l’aumento della longevità e quindi del miglioramento della salute psico-fisica delle generazioni più mature.

Senior che rimangono sul posto di lavoro solo come zavorra (sentendosi inadeguati e senza stimoli) e aziende costretti a pagarli ma senza ritorno produttivo, consentiranno magari allo Stato di risparmiare sulla spesa pensionistica, ma rischiano di peggiorare le condizioni di vita delle persone, vincolando al ribasso la competitività delle aziende. Il miglioramento delle possibilità di lavoro a tutte le età, mettendo a frutto le capacità e le competenze in ogni fase della vita, aiuta a crescere di più e meglio. Forzare invece la permanenza al lavoro in età avanzata rischia di creare squilibri nel mercato del lavoro tra giovani e anziani senza produrre crescita e nuove opportunità per tutti. Lo spostamento in avanti dell’età pensionabile deve quindi essere accompagnato da politiche di Age management, che stentano però a decollare nel nostro Paese.

E’ interessante, a questo proposito, l’iniziativa di Osservatorio Senior, che assieme ad un gruppo di imprese e organizzazioni-pilota, ha sviluppato il progetto “Silver Value”. L’obiettivo è quello di “riconoscere e dar visibilità a strategie organizzative e pratiche aziendali che favoriscono una lunga, produttiva e appagante vita attiva, valorizzando capacità e competenze proprie delle varie fasi della vita lavorativa, in un contesto positivo di collaborazione tra dipendenti giovani e maturi”. Nel concreto tale progetto prevede una auto-misurazione su base annuale su un set di indicatori, consentendo di verificare la rispondenza delle scelte gestionali e politiche alle buone pratiche in materia di gestione e valorizzazione dei senior e di collaborazione tra generazioni.

L’Italia può ancora sperare in un futuro migliore del presente se dimostrerà di essere in grado di mettere in campo e valorizzare le potenzialità che ha, creando opportunità per tutti in un contesto di crescita.

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