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Appassire con stile

Artisti senior

Come sostiene Emanuele Trevi nel suo bel libro “Due vite”, ultimo premio Strega, noi viviamo due vite: la prima è la vita fisica fatta di sangue e respiro, la seconda, quando non ci siamo più, è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene e parla o scrive di noi…. e ci fa rivivere.

Mietta Benassi con un gruppo di allievi dell’Unitre di Fossano

Così accade ora con voi lettori e anche quando ho presentato Mietta Benassi all’inaugurazione di una mostra retrospettiva di pittura, a lei dedicata, a Mondovì. Era una pittrice talentuosa e feconda, come docente aveva insegnato all’Unitre di Fossano disegno e pittura con tecniche varie, per 35 anni di volontariato, fin quasi alla fine dei suoi 92 anni.  Senior vitale, era vissuta da sola fino alla fine, innamorata del suo nipotino, nutrita dalla sua passione per la pittura, che l’aveva accompagnata da quando studiava all’Accademia.

Era una pittrice talentuosa che ha fatto comprendere a noi senior che una passione può essere coltivata per tutta la vita. Per noi senior è stata un faro perché con generosità e col suo forte temperamento ci ha svelato tanti segreti della pittura ma è stata anche un traino perchè ci ha incoraggiato a sperimentare: sapeva infonderci il desiderio di fare, di provare e di riprovare, quel gusto della ricerca che è alla base del sogno e della produzione artistica, prendendosi cura dell’artista che è in ciascuno di noi, come lei amava dire.

Mi ero iscritta al suo Laboratorio in Unitre dopo la pensione e mi aveva notato per il mio disegno pulito; tra noi si era stabilita una reciproca simpatia che si era trasformata presto in amicizia; spesso passavo a salutarla all’uscita dal parrucchiere, che era lì vicino alla sua casa. Le telefonavo e mi annunciavo che sarei passata: mi accoglievano l’abbaiare del suo cane Bijou e lei sulla porta, con la sua vestaglia leopardata, sorridente. La stanza era piena di un disordine creativo e alle pareti tanti suoi quadri che mi incantavano sempre: l’acquarello di un’estate luminosa con i suoi genitori, il ritratto dell’amato marito Roland, i trionfi di fiori e il viso bellissimo dell’Algerina con il foulard rosso…

Nella nostra Unitre Mietta curava due gruppi di pittura e tra gli allievi s’era formata una piccola comunità dove ci scambiavamo emozioni, sentimenti e riflessioni, facendo di questa comunicazione il senso vero dell’appartenenza. Erano le persone che interessavano a Mietta, la loro umanità, il loro talento, ma anche la loro salute, le medicine, come si curavano: era un tratto saliente della sua personalità.

In Unitre, nel suo laboratorio, si stava insieme tutto il giorno: al mattino si iniziava a chiacchierare, a decidere e a predisporre il lavoro, discutevamo con lei il soggetto e iniziavamo a lavorare; poi, verso mezzogiorno, si andava al bar più vicino, dove, insieme, si mangiava un piatto semplice, chiacchierando, ridendo e spesso la sua risata prorompente attirava l’attenzione curiosa dei baristi, ma anche le occhiate tacite e disapprovanti dei ben pensanti di provincia, mentre noi allievi, divertiti, fronteggiavamo quegli sguardi.

Al pomeriggio riprendevamo a lavorare e accadeva allora che Mietta si sedesse al posto di uno di noi, davanti ad una nostra opera. E iniziava a correggere qualche tratto, a dipingere sul nostro lavoro e subito coglievamo l’abilità del segno sicuro della sua mano, il suo talento che ci incantava, e subito capivamo che il nostro tratto poteva essere più deciso, il colore poteva essere steso in un altro modo… che il nostro lavoro poteva essere diverso: meno scontato e più audace.

Amavamo la sua originalità e il suo anticonformismo: un autentico tesoro nel deserto del conformismo di provincia, che ci portava oltre l’ovvietà e la banalità. Aveva una vitalità imperiosa, forte e innovatrice che non temeva la sincerità: apprezzavamo il suo brusco modo di valutare i nostri lavori, senza sconti, la sua schiettezza che ci portava sempre oltre la banalità dei nostri limiti e quando da lei veniva un apprezzamento per i nostri lavori ci cantava il cuore.

E’ stato un privilegio e una fortuna averla conosciuta.

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